
Polizia federale inviata in casa dei suoi critici più aperti e illustri, minacce di chiusura rivolte a due delle principali emittenti radio tv americane perché “ostili”, truppe spedite nelle città governate dall’opposizione a “ristabilire l’ordine”.
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump sta assumendo le forme inquietanti di una politica della vendetta nei confronti dei suoi avversari, e il rischio di una deriva autoritaria nella più grande democrazia occidentale non sembra più tanto ipotetico. Specialmente considerando quanto si stiano rivelando inefficaci i mezzi a disposizione di chi a questa deriva cerca di opporsi rimanendo nel solco del rispetto delle istituzioni.
Vediamo un po’ di fatti. Qualche mese fa il presidente Trump ha ordinato l’invio in California di truppe federali per facilitare la messa in atto del suo piano di arresti in massa di immigrati irregolari: un gesto certamente apprezzato dai suoi elettori, ma altrettanto certamente un’entrata a gamba tesa contro l’autorità del sindaco democratico di Los Angeles e soprattutto del governatore democratico californiano Gavin Newsom, che è oggi considerato il più autorevole aspirante alla nomination democratica alla Casa Bianca nel 2028; pochi giorni fa, un altro capitolo della stessa storia: truppe federali spedite nelle strade di Washington, sempre per decreto del presidente che denuncia l’insostenibile diffusione del crimine nella capitale degli Stati Uniti, anch’essa storico feudo del partito democratico. Si comincia a parlare di tentativo surrettizio di scavalcare il potere locale per accentrarlo alla Casa Bianca, e sembra esserci del vero.
Venerdì scorso, l’FBI – la polizia federale che risponde agli ordini del presidente – ha perquisito l’abitazione di John Bolton, ufficialmente alla ricerca di documenti classificati che questo ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump durante il suo primo mandato era sospettato di conservare illegalmente.
Giustificato o meno che sia questo raid, esso ha un aspetto inquietante: Bolton è uno dei più espliciti critici della politica estera di Donald Trump, il quale nei giorni scorsi si era molto risentito delle severe analisi, ampiamente diffuse dai media americani, fatte dal suo ex consigliere a proposito dei negoziati del presidente con Vladimir Putin. Come minimo, il visibile nesso tra critica e vendetta emana il cattivo odore di pratiche in uso nei regimi autoritari: tra l’altro, il ministero della Giustizia aveva anche tentato - invano - di bloccare la diffusione di un libro che Bolton ha dedicato alla messa in guardia contro Trump e i suoi metodi.
Tre giorni fa, infine, il presidente ha dichiarato con tono minaccioso che le licenze federali che permettono alla Abc e alla Nbc di lavorare negli Stati Uniti da quasi un secolo dovrebbero essere revocate “perché il 97% delle notizie che trasmettono mi sono ostili”. Stiamo parlando di due colossi del giornalismo americano che fanno parte della storia stessa degli Stati Uniti. Anche qui, linguaggio e metodo ricordano quelli usati da Putin nella primissima fase della sua presidenza in Russia: in seguito, l’indipendenza delle televisioni non allineate nel suo Paese durò pochissimo.
Distratti come siamo dal ruolo (esso pure assai discutibile) di Trump nelle crisi internazionali, in Europa tende a sfuggirci la gravità di questi sviluppi interni americani. Si ritiene che comunque la democrazia Usa abbia radici troppo salde per essere messa in pericolo. Eppure, gli strumenti per difenderla da certi attacchi sono meno validi di quanto si pensi: si veda la difficoltà che incontra l’opposizione democratica a far valere principi che dovrebbero essere intoccabili. Inoltre, per moltissimi americani, stabilità e benessere contano ormai più dei principi: ed è esattamente questa la sostanza del patto infernale che in Russia ha portato Putin al potere assoluto. Per adesso, pur tradendone sempre più spesso lo spirito, Trump rispetta la lettera della legge, ma in futuro chi può dirlo.
Si lamenta spesso che i democratici Usa siano troppo passivi. Manca un leader carismatico e più ancora la consapevolezza di dover archiviare gli estremismi woke che regalano a Trump tanto consenso. Ma di fatto, cosa potrebbero fare i democratici più che votar contro e protestare? In prospettiva, il vero rischio per la democrazia americana è il diabolico bivio tra una violenza di piazza generata dalla polarizzazione politica e la resa pura e semplice a chi questa democrazia la sta tradendo e intaccando un giorno dopo l’altro.
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