Il vertice a Parigi sulla guerra in Ucraina si è chiuso con un accordo sull’architettura di sicurezza per quando cesserà il conflitto: agli Stati Uniti il monitoraggio, mettendo a disposizione intelligence e supporto logistico, i 35 Stati che supportano Kiev invece dovranno allestire un contingente di 20-30mila soldati per sorvegliare un’area di oltre 60mila chilometri quadrati, pari alla superficie di Veneto, Lombardia e Piemonte insieme. La disponibilità ad offrire personale per ora c’è da Francia, Gran Bretagna, Olanda, Repubbliche Baltiche, Canada e Australia.
Un’operazione complicata e costosa per contrastare un eventuale nuovo attacco russo nello Stato confinante. È un impegno necessario ma l’accordo per chiudere la guerra andrà accettato da Vladimir Putin, che per approvarlo chiede fra l’altro il riconoscimento di territori ucraini non ancora conquistati, perché a discapito della propaganda diffusa, la Russia non ha vinto, rispetto agli obiettivi iniziali dichiarati della “Operazione militare speciale”: riportare Kiev nella propria sfera di influenza insediandovi un governo di proprio gradimento. Secondo la mappa interattiva online della ben informata “DeepState”, organizzazione non governativa ucraina, nel 2025 gli invasori hanno preso 336 km2 di territorio, pari allo 0,72% dell’intera Ucraina, sacrificando decine di migliaia di vite di giovani russi e consumando il 30% del bilancio statale per le spese militari. L’evidenza che ogni versione di un “piano di pace” contenga clausole contro nuove aggressioni, è la conferma implicita che le stesse sono ipotizzabili.
Del resto negli ambienti nazionalisti moscoviti vicini al Cremlino il controllo di Kiev resta un obiettivo dichiarato, in prospettiva. Nei colloqui con Putin, Donald Trump dovrebbe chiedere la disponibilità del presidente russo a riconoscere la sovranità definitiva ucraina sull’82% di territorio non annesso da Mosca. La risposta sarebbe decisiva per comprendere se lo zar è disponibile a una pace non giusta, ma certa o intende usare l’accordo come tregua in vista di nuovi attacchi futuri.
Il blitz militare degli Usa in Venezuela, con l’arresto arbitrario di Nicolás Maduro, è stato giudicato giustamente come una grave violazione del diritto internazionale e della sovranità di un Paese, anche da chi non ricorse a questi criteri giuridici quando nel 2014 la Russia si annesse illegalmente la Crimea e dal 24 febbraio 2022 un altro 7% di territorio ucraino con l’invasione su larga scala. Un’incoerenza di partiti, movimenti e parte dell’opinione pubblica che attribuisce la responsabilità del conflitto in Europa all’espansione a Est della Nato. Ma, ammesso e non concesso che sia così, è la Carta dell’Onu siglata da 193 Stati, Russia compresa, a vietare guerre preventive motivate da pericoli reali e tantomeno presunti.
Nelle reazioni al “golpe” di Caracas si sono richiamate anche le categorie di aggressore e aggredito adottate per Kiev sulla base peraltro della realtà inoppugnabile. Ma chi non vi fece ricorso per l’invasione dell’Ucraina, uno Stato sovrano smembrato per annessione e il cui popolo è vittima di vasti e documentati crimini di guerra e contro l’umanità, non ha titoli per “giocare” con questi termini. Esistono doppi standard dei poteri politici (la vergognosa inazione dell’Ue rispetto alla distruzione di Gaza e agli stermini dei suoi abitanti, alla colonizzazione inarrestata della Cisgiordania), ma anche delle opinioni pubbliche.
Viviamo un’epoca terribile, di regressione nella violenza. L’invasione dell’Ucraina per cambiarne confini e status ha segnato un ulteriore, gravissimo strappo al diritto internazionale, una cesura come lo fu l’attacco nel 2003 all’Iraq. Il secondo mandato di Trump è contrassegnato da una brutale, pericolosa brama di dominazione degli interessi economici (lo slogan “America first” va letto in questo senso), che si spinge a gestire il Venezuela perché ha le più grandi riserve di greggio inutilizzate al mondo (in questo ambito ricade anche il sequestro di una petroliera russa nell’Atlantico del Nord collegata ai traffici di Caracas) e a progettare l’«acquisto» della Groenlandia ricca di materie prime.
A fronte della tripartizione imperiale UsaCina-Russia, la fragilità e la paura dell’Europa rappresentano un rischio esiziale. Dovremmo diventare invece protagonisti, insieme a Stati disponibili, del rilancio del diritto internazionale e delle sovranità statali, che i sovranisti del Vecchio continente rivendicano solo quando riguarda i propri Paesi, dentro organizzazioni sovrannazionali da riformare, come la stessa Ue e l’Onu. Un obiettivo da realizzare cercando il consenso di quella maggioranza dei popoli spesso silenziosa che assiste attonita al regresso del mondo nelle sue epoche peggiori. Proposta forse ingenua, mancando leadership adeguate all’impresa, ma l’immobilismo non è accettabile.
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