Una volgare invettiva un disegno pericoloso

Ormai è sparito anche il perimetro all’arroganza e al delirio di onnipotenza di Donald Trump non ci sono più confini. È l’arroganza di chi si crede Dio, bugie spaziali e fandonie di guerra di uno che vede sgretolarsi il mondo che si era creato a sua immagine e non sa come venirne fuori. La lunga, sprezzante e volgare invettiva dell’autoproclamato sceriffo del mondo dettata dall’Air Force One contro Papa Leone XIV, colmata dall’ignobile tentativo di dividere i fratelli Prevost, Louis il buono e Robert il cattivo, travalica la misura del confronto. Trump ha reagito in modo scomposto, come mai nessuno prima. Le analisi di Leone e quelle parole di sabato scorso su chi vuole il mondo in ginocchio, idolatra se stesso, arruola Dio per giustificare la guerra, hanno colpito come il sasso della fionda di Davide la fronte di Golia. E Trump ha reagito con furia paranoica, inventando parole mai dette dal Pontefice sulla giustificazione dell’arma nucleare all’Iran, ricostruendo in un delirio di rabbia la vicenda del Conclave e infine minacciando il Papa che dovrebbe darsi una regolata.

Toni così alti (o bassi) non si erano mai visti, schiaffo di Anagni al tempo dei social postato da uno che non ha mai fatto mistero di voler governare anche i cattolici di tutto il mondo. Ma ieri ha spostato la sua ossessione un po’ più in là passando dall’immagine di sé in abito pontificio, pubblicata appena dopo l’elezione di Prevost, a quella nelle vesti di Gesù, tunica bianca e rossa tra i malati ad alleviare sofferenze. Pura e perfetta blasfemia. Leone usa grammatiche forse meno spettacolari di Francesco, ma più strategiche, frasi con obiettivi precisi, accurate, meticolose. E poi c’è l’uno-due, per restare al linguaggio calcistico, di Prevost e del suo Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin. Il Papa si appella, denuncia e sollecita. Parolin segue e smaschera nelle interviste mai così copiose e articolate, le ultime all’Osservatore Romano e al giornale dell’Azione Cattolica «Dialoghi», i pericoli e le follie della diplomazia della guerra e del rancore, le manipolazioni per convenienza del diritto internazionale, il doppio standard di chi s’indigna a ragione per l’Ucraina e appena si risente per Gaza.

Eppure l’iracondia di Trump non è lo sfogo di uno fuori controllo. Papa Francesco, lungo tutto il suo Pontificato, si era adoperato per scardinare il legame tra nazione e religione ad ogni latitudine. Negli Stati Uniti la questione è particolarmente sensibile. Sulla moneta da un dollaro dal 1864 è inciso il motto «In God we trust», in Dio noi confidiamo, motto ufficiale della Nazione, obbligatorio su tutte le banconote per una legge di Eisenhower. Ma Trump ne ha fatto vessillo ideologico di riscatto, sollecitato dagli ambienti carismatici e neo-pentecostali americani, richiamo alla prosperità di un’America nuova che non si fa scrupolo di contraffare il Vangelo. La religione senza compassione e senza misericordia denunciata da Francesco al tempo del primo mandato di Trump è diventata, con grande sorpresa del presidente e di più di un manipolo di cattolici americani anche argomento di Prevost, primo Papa statunitense. Il rischio è il ritorno a quell’americanismo teologico che Papa Leone XIII nel 1899 condannò come eretico, una sorta di «Gott mit uns» che non finisce di percorrere la storia fino a diventare odio mascherato dalla fede. La Messa mensile al Pentagono, voluta dal ministro della Guerra Hegset, pregare «per una violenza travolgente», il rito officiato dalla consigliera spirituale di Trump Paula White-Cain nello Studio ovale con il braccio sulla Bibbia e il mantra violento «Colpisci, colpisci, colpisci» davanti ad un presidente estasiato, i pastori evangelici di Chiese trasformate in sette che pregano con la mano sulla spalla di Donald mentre la cavalleria dell’aria attacca l’Iran, fanno della religione un potente eccitante, cocaina del popolo e del potere, e il conflitto un disegno biblico.

Trump ha già convocato americani da tutta la nazione il 17 maggio alla National Hall per pregare e ringraziare. Il ritorno alla «cultur war» non è dunque la follia di un istante, ma una strategia puntuale nel tentativo di prendere il controllo anche della religione, oltre che dei media, dell’economia, dello spettacolo, dell’arte, della scuola, fondamentalismo cristiano-evangelico nella sua forma più pura. Il Papa allerta. Il Papa per Trump è il rivale.

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