Welfare lecchese nuove strade per il futuro

Nei giorni scorsi, il nostro giornale ha ospitato un’ampia intervista all’ex sindaco di Lecco, Virginio Brivio. I suoi quarant’anni di lavoro nel sociale (solo in parte attraversati in veste di politico) hanno recentemente trovato una nuova declinazione: presidente dell’Impresa Girasole e consigliere nazionale di Uneba. Ruoli che hanno consentito a Brivio una disamina piuttosto estesa sul panorama eterogeneo dei servizi sociali, dell’assistenza e, in generale, della cura a fragili ed anziani.

La sensazione di chi abita “osservatori” privilegiati, anche e soprattutto sul piano locale (non va dimenticato che Lecco è, non da ieri, straordinario laboratorio di sperimentazione in campo welfare) è quella che il sistema attraversi una fase di profondo cambiamento. O, per meglio, dire che l’innovazione delle pratiche welfare sia ormai un’inevitabile necessità del sistema.

Ad esempio, il biennio di rincari dei costi vivi legati all’energia (è stato peraltro così per tutti i privati, le imprese, le pubbliche amministrazioni) insieme ai legittimi adeguamenti di contratti nazionali, ha spinto diverse Rsa ad aumenti di tariffe molto consistenti, palesando una fragilità inedita sul profilo dell’equilibrio tra spese e ricavi.

Ripensare il sistema, in questo senso, vuol dire anche trovare il modo per fare economie di scala tra Rsa. In termini di approvvigionamento energetico, ad esempio, ma anche di fornitori e, nel futuro, forse anche di personale. E’ la strada indicata dal mercato (e, assai timidamente, dalla politica) se non si intende rovesciare a cascata tutti gli aumenti sulle famiglie.

L’innovazione del sistema, però, è necessaria anche in termini di contenuti, non solo di bilanci. L’assetto attuale delle fragilità non pesa solo sui cordoni della borsa, ma anche sulla domanda di competenze professionali. Continuare a ragionare separatamente tra cura agli anziani, ricovero ospedaliero, assistenza domiciliare (ossia discriminando le esigenze cliniche dalla perdita di autonomia, e quest’ultima dalle ricadute prettamente umane e sociali) è un modello superato, probabilmente ingestibile. Emergono oggi situazioni di pluripatologia, decadimenti cognitivi anche in età adulta, forme di disabilità lievi ma aggravate dalla prospettiva dell’avanzamento di età senza reti familiari, esigenze di cura nei periodi intermedi tra ricovero e ritorno a casa, prese in carico di cronicità, e via dicendo.

Insomma, sta maturando anche nella società lecchese, l’impossibilità di pensare ai servizi come compartimenti stagni e, di conseguenza, la sempre maggior esigenza di intrecciare in un’unica trama le varie reti di assistenza del Terzo settore. Non solo. La coprogettazione, per un territorio come Lecco che la pratica pionieristicamente da almeno vent’anni, ha bisogno di un nuovo respiro tecnologico.

In generale, la logica della coprogettazione è sempre stata quella di individuare nel Terzo Settore non solo un prestatore di servizi, ma anche l’alleato dei Comuni nella definizione di obiettivi e linee guida. Non solo un esercito di assistenti sociali, insomma, ma un mosaico di esperienze pratiche in grado di orientare le priorità politiche. Oggi è impossibile progettare la cura delle fragilità sul territorio senza una connessione reale tra enti e realtà associative. Ed è impossibile realizzarlo senza piattaforme digitali, senza infrastrutture tecnologiche che consentano non solo un grande slancio verso telemedicina e assistenza domiciliare (in fondo, era uno dei capisaldi dei finanziamenti a pioggia del Pnrr), ma anche verso una condivisione di report e competenze tra associazioni.

Sarebbe un elemento di valore, da questo punto di vista, se si aprisse in città un ampio dibattito (anche culturale) sul futuro del welfare lecchese. L’inverno demografico (gli over 65 sono aumentati del 4% in dieci anni, l’età media di cinque anni dal 2005), l’evoluzione dei bilanci degli enti locali e le casistiche sanitarie non lasciano più spazio a fraintendimenti: cambiare sarà necessario. A partire, per citarne una, dalla formazione e da nuove competenze trasversali tra welfare e sanità, tra cura e medicina: una rivoluzione didattica che deve riguardare anche le scuole superiori e gli Its, allineandosi al grido di allarme lanciato dalla filiera produttiva lecchese riguardo l’assenza di figure professionali spendibili in azienda.

© RIPRODUZIONE RISERVATA