Cultura e Spettacoli / Merate e Casatese
Domenica 15 Febbraio 2026
Ci ha lasciato Giancarlo Consonni, il poeta urbanista
Nato a Merate, aveva insegnato al Politecnico di Milano. «Le mie scuole sono state le stalle e l’osteria, oltre al silenzio del convento»
Il poeta Giancarlo Consonni ci ha lasciato venerdì. Una dipartita improvvisa e allo stesso tempo discreta, come era lui, come erano i suoi versi.
Poeta di grande raffinatezza, Consonni ha saputo affidare quella sua discrezione al peso di parole tanto misurate quanto intense. «Porgere la parola/al silenzio/ come all’amata/ un fiore» recitano i versi di “Parola” nella raccolta “Pinoli”.
La poesia, dunque, come antidoto alla bulimia blaterante dei nostri tempi. «In una società come la nostra, che non vuole pensare, che rifugge le responsabilità, la poesia ha un ruolo notevole solo quando rappresenta una verifica intima e profonda della necessità della parola - ci aveva detto lo stesso Consonni - Il problema è un altro e cioè se sei o non sei in tensione di fronte al disastro che abbiamo davanti. Personalmente non ho l’ansia di scrivere, che porta a derogare dalla posizione che può avere oggi la poesia. Amo lasciarmi stupire da un pettirosso che mi viene a trovare. Possiamo dire che il mio spazio poetico è un po’ come un roccolo che però non fa vittime. In sintesi, io non cerco la poesia, solo non mi sottraggo ad essa».
Sosteneva che le sue scuole sono state l’osteria la stalla e il silenzio del convento
Giancarlo Consonni è nato a Merate nel 1943. Ha insegnato urbanistica al Politecnico di Milano, di cui è poi stato professore emerito. Nasce come poeta dialettale e il dialetto usato è quello di Verderio Inferiore. Sono nate così raccolte poetiche in dialetto di notevole profilo come “Viridarium” (All’insegna del pesce d’oro,1987) e “Vûs” (Einaudi,1997).
Consonni si è distinto anche come poeta in lingua italiana e la sua cifra è sempre quella di una raffinata leggerezza che gli ha consentito di penetrare il non detto della natura che ci circonda. I suoi versi alzano il velo di una vita troppo caotica per fermarsi a pensare.
L’architettura oggi per lui celebra un “deserto di senso” cui si oppone l’antidoto poetico
Ricordiamo qui le raccolte: “In breve volo” (All’insegna del pesce d’oro) “Luì”; “Filovia”, “Pinoli” “Il conforto dell’ombra” tutte edite da Einaudi.
Come si diceva, i suoi esordi di poeta sono stati in dialetto o meglio nel dialetto di Verderio Inferiore e questo ha motivazioni che attingono proprio ai luoghi in cui Consonni è cresciuto. Spesso gli abbiamo sentito dire che le sue scuole sono state l’osteria, la stalla ed il silenzio conventuale.
L’osteria, innanzitutto, quella gestita dalla sua famiglia, dove lui passava le giornate, tra le letture dei volumetti grigi della Bur, in particolare la narrativa russa, ed i racconti orali, le storie di coscritti e di guerra, ma anche i silenzi e gli improvvisi battibecchi tra i giocatori di carte.
C’è poi la stalla, “una grande ventre accogliente” con i racconti delle donne ed i loro rosari borbottati. Infine, il silenzio conventuale, quello che Consonni bambino respirava quando restava solo con le suore ad aspettare la madre: «Dalle suore in quell’asilo della sera, ho ricevuto uno dei più bei doni: un certo modo di disporsi all’ascolto delle cose».
Questo l’humus in cui è nata la poesia di Consonni, che nel 2003 lascia il dialetto per approdare all’italiano, conservando però quella raffinata profondità che lo ha sempre contraddistinto. Prendiamo “Il conforto dell’ombra”, la sua ultima raccolta. Si tratta di poesie che illuminano gli anni dell’infanzia del poeta, tra natura e tradizioni, tra i giochi nei cortili e le processioni immancabili, per poi arrivare ai «luoghi/non luoghi» di Milano, alle sue contraddizioni, anche se nella metropoli vocata verso l’alto, «i platani ancora assonnati/ spandono semi».
Campagna e città, dunque, per un raffinato poeta che non dobbiamo dimenticare essere stato per una vita docente di urbanistica ed in questa veste estremamente critico con la nuova Milano. «I media fanno non pochi peana a questa nuova Milano verticale - ha scritto lui stesso - ma, a mio parere, celebrano qualcosa che sa molto di “deserto di senso”. Si è perso il significato di un’urbanità che oggi è solo esibizione. Si hanno così situazioni extraterritoriali in cui un’umanità sradicata trova un senso. Ho ben presente la Milano misurata dei cortili o delle corti nobiliari o borghesi, una città che si è persa. Oggi si colpisce l’immaginario con costruzioni “potenti”, che non hanno dietro nulla. E c’è poi il grande equivoco della tecnologia. Quest’ultima o la si controlla con un’idea precisa di umanità oppure ti distrugge».
Il Consonni urbanista ha sempre sostenuto la necessità di una riflessione seria sull’architettura delle nostre città: «Riflettere sulla città, sulla sua architettura, sui suoi sviluppi è oggi quanto di più istruttivo ci sia. L’Italia è stata la civiltà che ha inventato la città, che l’ha fatta conoscere a tutto il mondo, ed oggi non riusciamo ad agganciare il resto dell’Europa. La crisi relativa ad un progetto di città è esattamente proporzionale alla nostra crisi di civiltà. Di fronte a questa crisi io ho un approccio poetico se così si può dire, mi affido alla parola per alzare almeno un poco il mistero di questa nostra esistenza».
La poesia come antidoto alla Milano dei grattacieli, alla verticalità senza senso. In tutto questo c’è la saggia quotidianità di chi sa accettare la vita ed i suoi tempi: «Se sbaglio tram/non fa niente/vado fino al capolinea/tengo compagnia al conducente». Una dimostrazione palese della delicatezza di un poeta che ha dipinto i suoi versi con la saggia innocenza di un bambino, che non ha perso la memoria.
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