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Lunedì 09 Febbraio 2026
Firma con Mercosur e India: «Effetti sul lungo periodo»
Laura Sofia Clerici, presidente di Ufficio Italiano Seta, sull’impatto dei due accordi, coinvolti due miliardi di persone. «Dopo 25 anni di discussioni, un’accelerazione ora che gli Stati Uniti stanno imponendo dazi e creano incertezza»
L’Unione europea ha siglato due intese che, insieme, coinvolgono oltre due miliardi di persone e circa un quarto del PIL mondiale.
Da un lato il patto con il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) atteso da 25 anni e ora in corso di verifica, dall’altro la firma con l’India, che rappresenta l’apertura commerciale più ambiziosa che il paese asiatico abbia mai concesso ad un partner commerciale.
Una buona notizia, che è accolta con realismo da Laura Sofia Clerici, consigliera di Teseo, guida dell’Ufficio Italiano Seta e, dal 2024, presidente dell’Association of Users of Synthetic and Artificial Filament Yarns, perché il tessile italiano ha bisogno di tempo e stabilità.
L’Unione europea guarda con interesse all’India: quanto può essere importante aprirsi a un mercato così grande e in forte crescita, ma anche molto competitivo?
Il 2025 è stato un anno complesso per tutti. Le tensioni geopolitiche hanno creato grandi difficoltà e il tessile comasco, come quello europeo in generale, ne ha risentito in modo significativo. È quindi naturale che le aziende stiano cercando nuove opportunità a 360 gradi: dalla Turchia fino a mercati più lontani. L’India rappresenta certamente un mercato enorme, ma è anche un mercato aggressivo e va affrontato con molta cautela. Produce grandi quantità di tessile, soprattutto cotone, e una seta molto diversa dalla nostra. Non parlerei di concorrenza diretta, ma di un potenziale mercato di sbocco su segmenti specifici. In ogni caso, è un’opportunità più di medio-lungo periodo che di immediata realizzazione.
Un altro dossier centrale è l’accordo tra Unione europea e Paesi del Sud America attraverso l’accordo Mercosur: il settore moda e lusso auspica una rapida sottoscrizione, mentre l’agricoltura frena. Come legge questa contraddizione?
È una contraddizione evidente. Le difficoltà del settore agricolo sono chiare e comprensibili, ma spesso non vengono comunicati con la stessa chiarezza i vantaggi che questo accordo potrebbe portare alla manifattura e al sistema moda. Le opportunità non riguardano tanto il tessile in senso stretto, quanto l’abbigliamento e i brand, cioè i clienti delle tessiture seriche comasche. Parliamo di mercati molto popolosi, dove esistono nicchie interessanti anche per il lusso. Se i brand crescono, indirettamente cresce anche il tessile italiano.
Non è un caso che l’accordo torni di attualità proprio ora, dopo anni di stallo?
Direi proprio di no. Dopo venticinque anni di discussioni, l’accelerazione arriva in un momento in cui gli Stati Uniti, partner storico, stanno imponendo dazi e creando una forte incertezza. L’effetto è stato una forte frenata del mercato americano. I nostri clienti si trovano a dover ordinare oggi senza sapere se tra un mese pagheranno un dazio del 10, del 15 o del 20 per cento. Questa incertezza pesa moltissimo, anche su brand importanti. È evidente che l’Unione europea stia cercando di aprire nuovi mercati per compensare queste difficoltà.
Ha accennato più volte al tema dei dazi come elemento di forte incertezza: quanto incidono concretamente sulle decisioni quotidiane delle aziende tessili e dei loro clienti?
Incidono moltissimo, più di quanto si possa immaginare dall’esterno. Faccio un esempio molto concreto: un cliente sudamericano che incontra un’azienda italiana in fiera può essere interessato ai nostri prodotti, ma sui nostri tessuti gravano dazi che possono arrivare fino al 40%. Noi partiamo già da prezzi elevati, legati alla qualità, alla sostenibilità e al know-how europeo. Se a questo si aggiungono dazi importanti, il prodotto diventa più difficile da vendere. È per questo che accordi come quello con il Mercosur sono fondamentali, anche se non producono effetti immediati. Il fatto che sia previsto uno smantellamento progressivo dei dazi nell’arco di circa otto anni consente alle aziende di iniziare a muoversi: costruire contatti, partecipare alle fiere, individuare agenti, preparare il mercato. Senza una prospettiva chiara di riduzione delle barriere, invece, nessuna impresa investe tempo e risorse su un mercato nuovo.
Guardando ai mercati asiatici, la Cina ha deluso le aspettative di crescita sul lusso: si tratta di una svolta transitoria?
Non si tratta solo di un rallentamento, ma di uno spostamento del mercato interno. Sono cresciuti brand cinesi di fascia medio-alta che hanno ridotto la domanda verso i marchi occidentali. È anche una scelta politica: c’è una spinta a consumare made in China. Questo trend potrebbe durare, perché rientra in una più ampia dinamica di protezione del mercato interno che vediamo ovunque nel mondo.
C’è il rischio che una guerra commerciale con la Cina penalizzi la seta europea, considerando che il filato proviene quasi interamente da lì?
In realtà no. Il filato di seta che l’Europa acquista rappresenta una quota residuale della produzione cinese. Inoltre, il valore della filiera europea non sta nei volumi, ma nell’immagine e nella capacità di trasformazione. È nell’interesse anche dei produttori cinesi mantenere un rapporto virtuoso con l’industria tessile europea. Finora questo tema è rimasto più teorico che reale.
E i paesi africani possono diventare interlocutori di rilievo?
Non tanto come mercato di sbocco, quanto come area strategica per la confezione. Tunisia, Marocco ed Egitto sono nodi fondamentali della filiera. Molti tessuti partono dall’Italia, vengono lavorati lì e rientrano per la confezione. È una dinamica consolidata, simile a quella con la Turchia, ed è una delle strategie più efficaci sostenute dall’Unione europea.
Infine il Medio Oriente: Emirati e Arabia Saudita possono colmare il vuoto lasciato da altri mercati?
Sono mercati interessanti per il lusso, ma i numeri non sono tali da compensare una crisi degli Stati Uniti o della Cina. Inoltre, i dazi colpiscono soprattutto i prodotti di fascia alta. Per questo il settore spinge per lo smantellamento delle barriere. Mercosur e India sono promettenti, ma servono tempo, gradualità e una strategia di lungo periodo. Gli accordi commerciali non funzionano dall’oggi al domani. Occorre costruire relazioni, conoscere i mercati, formare reti di vendita.
In questo scenario complesso, qual è oggi il ruolo delle istituzioni e delle associazioni di settore nel sostenere la filiera della seta e del tessile italiano?
Il nostro ruolo è proprio quello di lavorare sul medio-lungo periodo, spesso lontano dai riflettori. Come istituzioni e associazioni ci impegniamo affinché le regole europee tengano conto delle specificità della filiera tessile, e in particolare di una fibra come la seta, che rappresenta meno del due per mille dei consumi tessili mondiali ma ha un valore simbolico, culturale e industriale enorme. Seguiamo con attenzione l’evoluzione degli accordi commerciali, come il Paneuromed Convention, il Mercosur o l’intesa con l’India, cercando di fare in modo che siano realmente applicabili e favorevoli alla filiera. Allo stesso tempo, dobbiamo aiutare le aziende a leggere questi cambiamenti: capire che non esistono mercati “sostitutivi” immediati degli Stati Uniti o della Cina, ma che esiste un lavoro di diversificazione da fare, con pazienza. Vent’anni fa nessuno pensava di andare in Cina come oggi; oggi dobbiamo avere la stessa capacità di visione, pur sapendo che i risultati richiederanno tempo e stabilità.
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