Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia

Capitale umano. Il Rapporto del Cnel indica una perdita di 16 miliardi all’anno per la fuga dei giovani all’esteroIl presidente Renato Brunetta: «Trattare bene le nuove generazioni significa coinvolgerle e dare loro autonomia».

Lecco

L’Italia non è un Paese attrattivo per i giovani. Non lo è nei numeri, non lo è nei confronti internazionali, non lo è nella capacità di trattenere e richiamare capitale umano qualificato. È questa la conclusione che emerge dal Rapporto del Cnel sull’attrattività dell’Italia verso i giovani dei Paesi avanzati, presentato recentemente. Un documento che, più che raccontare un disagio generazionale, misura un problema strutturale di competitività del sistema Paese. «Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco», scrive il presidente del Cnel Renato Brunetta. E chiarisce subito il punto: il modo in cui un Paese tratta i giovani è un indicatore diretto della sua capacità di futuro. Opportunità di lavoro, salari, qualità della vita, funzionamento delle istituzioni. Se questi fattori non reggono il confronto internazionale, i giovani si muovono. E l’Italia, oggi, è uno dei Paesi da cui si esce di più e in cui si entra di meno.

Piace di più la Svizzera

Il Rapporto fotografa una dinamica avviata nel 2011 e mai interrotta: una nuova emigrazione giovanile che non è compensata da flussi in ingresso da altri Paesi avanzati. Il dato più semplice è anche il più efficace: l’Italia è ultima in Europa per quota di giovani in entrata, con appena l’1,9% dei flussi migratori complessivi, mentre i giovani italiani rappresentano oltre il 26% dei flussi in uscita. Non si tratta quindi di mobilità fisiologica, ma di uno squilibrio strutturale. Per rendere confrontabili Paesi diversi per dimensione, il Cnel utilizza un indicatore specifico - l’Indice di simmetria dei flussi migratori (Isfm) - che misura quante uscite corrispondono a ogni ingresso. I risultati sono eloquenti. La Svizzera è il Paese più attrattivo, seguita da Austria e Regno Unito. Francia, Paesi Bassi e Danimarca si collocano in una fascia intermedia. La Germania è sostanzialmente in equilibrio. L’Italia, invece, arriva a 14,5: per ogni giovane proveniente da un Paese avanzato che entra, 14,5 giovani italiani se ne vanno. Tra il 2011 e il 2024, verso le dieci principali destinazioni avanzate, sono usciti circa 486 mila giovani, mentre gli ingressi si fermano a poco meno di 55 mila. «Per ogni giovane che arriva, ne partono molti di più», osserva Brunetta, sottolineando come questo dato non descriva una circolazione virtuosa dei talenti, ma una perdita netta di capitale umano. E il quadro si fa ancora più critico se si guarda alla composizione delle uscite: cresce infatti la quota di laureati e profili altamente qualificati, quella che il presidente del Cnel definisce «la punta di diamante del capitale umano».

Da noi meno possibilità di crescita Il Rapporto prova poi a rispondere alla domanda decisiva: perché i giovani se ne vanno? Le indagini condotte direttamente dal Cnel mostrano che, accanto alle migliori opportunità di lavoro e di carriera, pesano fattori più ampi: l’efficienza dei servizi pubblici, il funzionamento delle istituzioni, la percezione di equità e meritocrazia, la qualità della vita. In particolare, tra i giovani ad alto rendimento formativo emerge con forza la convinzione che all’estero le competenze vengano riconosciute più rapidamente e in modo più trasparente. Anche i dati sul mercato del lavoro confermano questa lettura. Le analisi basate su fonti come LinkedIn e Indeed indicano che i giovani oggi cambiano ruolo più frequentemente rispetto al passato, ma in Italia la mobilità professionale e intersettoriale è più bassa rispetto agli altri Paesi europei. In pratica, il mercato italiano offre meno possibilità di crescita e di riconversione, rendendo l’estero una scelta spesso più efficace per valorizzare competenze e ambizioni. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: la scarsa trasparenza salariale, che rende più difficile per i giovani valutare le opportunità e pianificare il proprio percorso professionale.

Il costo elevato degli affitti Un altro elemento che contribuisce a spiegare la bassa attrattività dell’Italia riguarda la qualità complessiva dell’esperienza di vita, non solo quella lavorativa. Il Rapporto Cnel mostra come, nei confronti internazionali, l’Italia perda posizioni su una serie di indicatori che per i giovani contano quanto - se non più - dello stipendio. Tra questi figurano l’accesso all’abitazione, la qualità dei trasporti pubblici, la possibilità di conciliare lavoro e vita privata e l’efficienza dei servizi. Sul tema abitativo, in particolare, il Cnel evidenzia come il costo degli affitti nelle grandi città sia diventato una barriera strutturale all’ingresso per i giovani, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. L’Italia combina salari medi più bassi rispetto ad altri Paesi avanzati con un costo della casa crescente, producendo un effetto di compressione che riduce l’autonomia dei giovani e ne ritarda i progetti di vita. In questo quadro pesa anche la diffusione degli affitti brevi, che sottraggono offerta al mercato residenziale stabile, aggravando ulteriormente il problema.

L’impatto negativo sul Pil

C’è poi un tema di fiducia nel funzionamento delle istituzioni. I giovani che scelgono di partire indicano nei Paesi di destinazione una maggiore prevedibilità delle regole, tempi più rapidi nei servizi pubblici e un rapporto più semplice con la pubblica amministrazione. «L’attrattività di un Paese - osserva Brunetta - è un fatto complessivo. Riguarda il lavoro, ma anche la vita quotidiana, i servizi, la capacità dello Stato di essere affidabile». Tutto questo ha un costo economico molto concreto. Il Cnel stima che l’uscita dei giovani comporti per l’Italia una perdita di circa 16 miliardi di euro l’anno, considerando gli investimenti pubblici e privati sostenuti per la loro crescita e formazione. Nel periodo 2011–2024 la perdita cumulata arriva a quasi 160 miliardi di euro, con un impatto stimato vicino a 0,8 punti di Pil all’anno. È capitale umano formato in Italia che genera valore aggiunto altrove.

Alcune leve chiare

«La risposta alla domanda se l’Italia tratti bene i giovani è sconsolatamente negativa - conclude Brunetta -. E non esiste una singola causa, né una soluzione semplice». L’attrattività, insiste il presidente del Cnel, è una questione di fiducia: coinvolgimento reale, responsabilità, autonomia, possibilità di incidere. Il Rapporto individua alcune leve chiare: salari più competitivi, costo della vita - in particolare l’abitazione -, investimenti in ricerca e innovazione, una cultura del lavoro più meritocratica, servizi più efficienti. Non come un elenco di buone intenzioni, ma come condizioni necessarie per invertire una traiettoria che oggi non è più solo demografica o generazionale, ma economica e produttiva.Perché un Paese che perde giovani non perde solo persone. Perde competitività, crescita e futuro. E questa volta sono i dati, prima ancora delle parole, a dirlo con chiarezza.

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