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Venerdì 27 Marzo 2026
Il messaggio ai giovani: «Forza, sporcatevi le mani»
Nel 2023, dopo una caduta, la diagnosi di due tumori al cervello e la scelta di cambiare radicalmente vita. «Studiate, provate, sperimentate e abbiate il coraggio di sbagliare: è così che si costruisce il proprio futuro»
«Studiate, provate, sbagliate: è così che si costruisce il proprio futuro». È un messaggio diretto, concreto e senza filtri quello di Simone Bilardo, nato in Indonesia da genitori comaschi, che – a partire dal suo libro “Vivo più che mai”, pubblicato da Rizzoli a gennaio 2026, e dalla sua esperienza personale – si rivolge soprattutto ai giovani alle prese con scelte difficili tra scuola e lavoro. Tra consigli pratici e storie vissute emerge un invito chiaro: mettersi sempre in gioco. Un vero e proprio inno alla vita, nato dal desiderio di condividere il proprio percorso per aiutare gli altri ad affrontare l’esistenza con coraggio e positività.Prima di dedicarsi alla divulgazione e alla motivazione, Bilardo ha costruito una carriera eclettica e internazionale: quattro anni a Londra nel settore bancario, seguiti dal trasferimento a Dubai insieme a Silvia, moglie e compagna di una vita. Una naturale predisposizione al cambiamento, radicata in un’infanzia trascorsa tra Indonesia, Hong Kong e Filippine. Oggi, partendo dal proprio vissuto, aiuta le persone – in particolare i più giovani – a ritrovare la motivazione e a porsi una domanda fondamentale: «Cosa cambieresti oggi se il tempo non fosse infinito?». Nel 2021, dopo una caduta in bici, scopre di avere due tumori al cervello: «Uno era operabile, l’altro no». In quel momento tutto cambia e proprio la malattia lo porta ad approcciarsi alla vita in un modo diverso, soffermandosi sull’importanza e il valore di ogni singolo giorno.
Simone è molto seguito anche sui social, in particolare sulla sua pagina Instagram (@simone.bilardo), dove condivide quotidianamente il suo percorso senza filtri, con l’obiettivo di essere un esempio positivo e invitare a vivere il presente senza rimandare i propri sogni
Che cosa ti senti di dire a un giovane che deve investire nel suo futuro?
«Direi innanzitutto di investire nello studio, anche quando la voglia non c’è o è davvero poca. È normale, soprattutto da adolescenti, voler stare con gli amici o pensare ad altro, ma lo studio è un punto fermo che può davvero fare la differenza nella vita. L’altra cosa fondamentale è provare. Non bisogna aspettare i 18 o i 20 anni per capire cosa si vuole fare: si può iniziare prima, con il volontariato o facendo qualsiasi esperienza. Anche i lavori più umili insegnano tantissimo: io ho iniziato lavando i bagni, poi i bicchieri, fino a fare il barista. Infine sono approdato al settore finanziario e imprenditoriale prima di cambiare radicalmente vita. La verità è che serve la volontà di sporcarsi le mani».
Quanto è importante fare esperienze diverse?
«È fondamentale, perché ti permette di confrontarti con persone diverse che non fanno parte del tuo ambiente abituale. Ti aiuta a capire come vieni percepito all’esterno e a conoscere meglio te stesso. E poi c’è un altro aspetto: qualsiasi cosa tu faccia, falla al massimo. Anche se non è il tuo settore. Io, per esempio, in banca ho dato tutto e, durante la crisi finanziaria del 2010, mentre molti venivano licenziati, io ho ricevuto una promozione».
Come si affronta un obiettivo importante?
«Bisogna renderlo concreto. Suddividerlo in piccoli passi, così diventa più gestibile. E allo stesso tempo bisogna pensare fuori dagli schemi: non esiste un unico percorso. Se vuoi arrivare da qualche parte, chiedi aiuto, informati, usa internet, crea una presenza online, vai direttamente nei posti che ti interessano. Serve la giusta intraprendenza, senza per questo risultare arroganti. Conta come ci poniamo e cosa vogliamo comunicare alle altre persone».
Non esiste quindi una strada uguale per tutti?
«Assolutamente no. Ognuno ha il suo percorso. L’importante è informarsi bene, fare ricerca e non scoraggiarsi se non si ha subito una direzione chiara. C’è chi è fortunato e capisce presto cosa vuole fare, ma molti no. E va benissimo così: prima o poi la strada si trova».
Quali sono le competenze, le cosiddette skills, più importanti oggi per un giovane?
«Prima di tutto dimostrare voglia di lavorare. Non stare fermi, ma fare di più, essere curiosi, chiedere, approfondire. Poi ci sono le competenze relazionali: sapersi rapportare con gli altri, dai colleghi ai superiori. E infine ricordarsi che molte competenze sono trasferibili tra settori diversi».
Che idea ti sei fatto dei giovani di oggi, soprattutto sul tema del lavoro? Cosa ti piace della Gen Z?
«Mi piace molto il loro approccio al work-life balance, ma è importante non essere troppo rigidi. Se ti si presenta un’opportunità importante, sfruttala: anche lavorare di più per un periodo è un investimento su te stesso».
Durante le presentazioni del tuo libro, “Vivo più che mai”, hai incontrato molti ragazzi: che impressione ha avuto?
«Ho parlato anche davanti a mille studenti, davanti alle classi quarte quinte di una scuola superiore di Alassio, e ho visto grande attenzione. Quando racconti esperienze vere, i ragazzi ascoltano. Io stesso ho fatto errori da giovane, ma è importante capire che c’è un momento per tutto e non perdersi cercando approvazione dagli altri. L’accettazione deve venire da dentro».
Quanto conta credere in se stessi?
«È il primo passo. Anche quando chi ti sta vicino, soprattutto familiari e amici, ha paura per te e ti consiglia la strada più sicura, devi essere tu il protagonista della tua vita. Il rischio è arrivare a fine carriera con successo ma senza felicità, perché hai seguito un percorso che non ti apparteneva».
Il lavoro quanto pesa nella vita di una persona?
«Tantissimo. Il lavoro occupa circa un terzo della giornata, e se consideriamo che un altro terzo lo passiamo dormendo, diventa chiaro quanto influisca sulla nostra vita. Per questo non dovrebbe essere svolto solo “perché si deve” o per lo stipendio: è fondamentale che ti interessi davvero. Se fai qualcosa che ti piace, non solo affronti meglio le difficoltà, ma rendi anche di più. Considerando anche gli spostamenti e le altre attività quotidiane — palestra, spesa, doccia — il tempo libero è limitato, e quindi il lavoro diventa una parte centrale della vita: è essenziale che sia qualcosa che ti appassiona».
In un ambiente lavorativo conta più l’azienda o il team? E durante un colloquio come si deve approcciare un giovane?
«Il team. Puoi trovarti male in un’azienda prestigiosa o benissimo in una meno conosciuta. Dipende tutto dalle persone che ti stanno vicino. Per questo, ai colloqui, bisogna cercare di fare domande: capire con chi lavorerai, cosa farai ogni giorno, quali sono le aspettative. Il colloquio è uno scambio reciproco, non solo una prova. In fondo se ci pensiamo il colloquio non è solo un’occasione in cui devi vendere te stesso: è anche il momento in cui l’azienda deve convincerti che quella posizione fa per te. In realtà, è sempre un equilibrio tra i due».
Un ultimo consiglio che ti senti di dare ai giovani che ci stanno leggendo?
«Non abbiate paura di mettervi in gioco. Affrontate ogni colloquio con l’atteggiamento giusto: niente arroganza, ma nemmeno insicurezza. Siate consapevoli del vostro valore e delle vostre scelte. Non aspettate di avere tutto perfettamente chiaro: iniziate, sperimentate, anche con il coraggio di sbagliare. È proprio così che si costruisce il proprio futuro».
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