Economia / Sondrio e cintura
Sabato 10 Gennaio 2026
«L’intelligenza artificiale? Una sfida per il mondo del lavoro»
Secondo Valerie Schena Ehrenberger, presidente di Eccsa, l’AI è già una realtà che offre nuove opportunità, ma richiede un approccio consapevole e una formazione adeguata
Sondrio
C’è chi la usa ogni giorno senza pensarci e chi la guarda ancora con sospetto. L’intelligenza artificiale non è più una promessa futura, ma una presenza concreta nelle aziende, nelle redazioni, negli uffici e perfino nelle tasche di ciascuno di noi. A Unica Focus Talk Show, sul canale 75, il confronto entra nel vivo con Valerie Schena Ehrenberger, fondatrice di Valtellina Lavoro, presidente di Eccsa (European Confederations of Search and Selection Associations) e vicepresidente di Confindustria Assoconsult, che parla anche del libro promosso proprio dall’associazione di categoria intitolato “AI e consulenza: un incontro di successo”, in cui vengono mostrati casi pratici e approcci strategici.
Partiamo da una domanda semplice solo in apparenza: oggi quanto è presente l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro e quanto è diventata importante?
«L’intelligenza artificiale è già qui, rimarrà e continuerà a evolversi. È entrata nella nostra vita quotidiana, spesso senza che ce ne accorgiamo, ed è inevitabile che sia entrata anche nelle aziende. Non tutte hanno lo stesso livello di maturità nell’integrarla, ma è una tecnologia con cui dobbiamo confrontarci, decidendo se governarla oppure subirla».
Spesso si dice che l’AI faccia risparmiare tempo e aumenti la produttività. È davvero così?
«Assolutamente sì. Le analisi condotte a livello europeo mostrano un enorme risparmio di tempo e un aumento della produttività. Ma c’è un dato che sorprende: cresce anche la soddisfazione dei dipendenti quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata in modo strutturato. Questo perché, sottolineiamo, le persone percepiscono di lavorare in aziende che investono in innovazione e futuro».
Eppure la paura più diffusa è che l’intelligenza artificiale rubi il lavoro.
«È una paura comprensibile, ma i dati e l’esperienza ci dicono che il lavoro non viene rubato, viene trasformato. Il vero rischio è fermarsi per timore. Chi non utilizza questi strumenti perde competitività. La differenza la fa il valore umano: il pensiero critico, la capacità di approfondire, lo stile personale. Tutto ciò che l’AI può supportare ma non sostituire».
Quanto conta allora la formazione?
«È fondamentale, ma va intesa su due livelli. C’è la formazione tecnica, per imparare a usare gli strumenti, e c’è la formazione del pensiero. L’intelligenza artificiale accelera la parte tecnica, ma il pensiero critico, la visione di medio-lungo periodo e la capacità di dare senso alle informazioni restano centrali. Non a caso, in alcune università europee sono stati introdotti corsi di filosofia anche nelle facoltà Stem».
L’Italia però sembra un po’ indietro rispetto ad altri Paesi europei.
«È vero, ma abbiamo grandi punti di forza. Siamo solidi sia sul piano tecnologico sia su quello umanistico. Il gap va colmato mettendo insieme queste due anime, creando team misti e superando le diffidenze culturali. Nelle scuole e nelle aziende bisogna insegnare come integrare l’intelligenza artificiale, non come vietarla».
In conclusione, qual è l’atteggiamento giusto da avere?
«Studiare, sperimentare e perdere la paura. Ogni grande innovazione ha generato timori, ma alla fine ha migliorato la qualità della vita. L’intelligenza artificiale offre opportunità enormi, non solo di efficienza ma di servizi, formazione e benessere. La vera sfida è dare un nuovo senso al lavoro, puntando su ciò che ci rende davvero umani».
© RIPRODUZIONE RISERVATA