Tensioni in Medio Oriente: il conto per gli artigiani lecchesi

L’analisi di Confartigianato Lecco: «Con lo scoppio del conflitto a rischio esportazioni per oltre 250 milioni di euro»

Il conflitto che negli ultimi giorni ha riacceso il Medio Oriente non è una questione lontana per il sistema economico lecchese. Per un territorio fortemente manifatturiero come quello della provincia di Lecco, le conseguenze possono arrivare attraverso due canali molto concreti: export e costi dell’energia.

L’area interessata dalle tensioni rappresenta infatti un mercato importante per il made in Italy ma è anche uno snodo strategico per gli approvvigionamenti energetici. Dal Golfo passa oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio, mentre l’Italia importa da quei Paesi più di un quarto del proprio fabbisogno di petrolio e gas naturale. Non a caso i primi segnali si sono già visti sui mercati con l’aumento delle quotazioni delle materie prime energetiche.

Secondo un’elaborazione dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia su dati Istat, negli ultimi dodici mesi (dato a settembre 2025) le esportazioni manifatturiere della provincia di Lecco verso i Paesi del Medio Oriente hanno raggiunto i 264 milioni di euro, pari al 4,4% dell’export manifatturiero totale del territorio. Un dato in lieve calo rispetto all’anno precedente (-2,9%), ma che conferma l’importanza commerciale dell’area per molte imprese locali.

A livello regionale il Medio Oriente vale oltre 8 miliardi di euro di esportazioni lombarde, rendendo la Lombardia la quarta regione più esposta in Italia in rapporto al Pil (1,67%), dopo Toscana, Emilia-Romagna e Veneto.

Un altro nodo riguarda l’energia. Il Medio Oriente produce infatti il 34,9% delle esportazioni mondiali di petrolio, quota che sale al 42% per il petrolio greggio. L’Italia acquista nell’area circa 16 miliardi di euro di beni energetici, gran parte dei quali transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico dove scorre il 26,6% del commercio mondiale di petrolio.

Per territori industriali come quello lecchese, specializzati in meccanica e lavorazioni metalliche, questo significa una particolare esposizione agli shock energetici. Secondo alcune simulazioni macroeconomiche, un aumento persistente dei prezzi di petrolio e gas potrebbe ridurre la crescita del Pil nazionale fino a 0,2 punti percentuali nei prossimi due anni.

«Il nostro territorio – commenta Davide Riva, presidente di Confartigianato Imprese Lecco – è inserito in filiere internazionali complesse. I 264 milioni di export verso il Medio Oriente non sono solo un numero: dietro ci sono imprese, posti di lavoro e relazioni commerciali costruite nel tempo».

Riva evidenzia il doppio fronte di rischio: «Da un lato c’è l’incertezza sui mercati di sbocco, dall’altro l’ormai probabile aumento dei costi energetici. Per un sistema manifatturiero come il nostro, che negli ultimi anni ha già affrontato tensioni molto forti sui prezzi dell’energia, un nuovo shock rischierebbe di comprimere i margini delle imprese e rallentare gli investimenti».

Il presidente invita però alla prudenza senza allarmismi: «Le nostre imprese hanno dimostrato grande capacità di adattamento, diversificando mercati e innovando i processi produttivi. In una fase delicata servono però stabilità internazionale e politiche economiche che continuino a sostenere competitività, transizione energetica e accesso al credito».

Sul piano operativo interviene anche la segretaria generale Matilde Petracca. «Il dato del 4,4% dell’export manifatturiero lecchese diretto verso il Medio Oriente dimostra una presenza significativa, soprattutto nei comparti meccanico e metalmeccanico. Anche le imprese che non esportano direttamente in quell’area possono comunque subire conseguenze attraverso l’aumento dei costi di produzione».

Per questo, conclude Petracca, «in uno scenario internazionale instabile diventa fondamentale monitorare l’evoluzione dei mercati e aiutare le imprese a gestire i rischi. La capacità di leggere in anticipo i cambiamenti economici può fare la differenza per la tenuta del sistema produttivo».

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