Addio Beccalossi, il campione senza filtri. Dal 2014 al 2016 fu presidente del Lecco

Il calciatore bresciano, bandiera dell’Inter, avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio

Se n’è andato nella notte tra martedì e mercoledì Evaristo Beccalossi, uno dei fantasisti più amati del calcio italiano e volto storico dell’Inter. L’ex giocatore bresciano è morto alla clinica Poliambulanza di Brescia, dove era ricoverato da oltre un anno. Avrebbe compiuto settant’anni il prossimo 12 maggio.

Per il territorio lecchese Beccalossi non è stato soltanto un ex campione. Tra il 2014 e il 2016 fu infatti presidente della Calcio Lecco 1912, diventando uno dei simboli di una fase delicata e complessa della società bluceleste, impegnata a rialzarsi dopo anni difficili, tra problemi societari, delusioni sportive e la ricerca di una nuova identità. La sua presenza portò entusiasmo, notorietà e quel modo diretto di vivere il calcio che lo aveva sempre contraddistinto. Perché Beccalossi, anche fuori dal campo, restava uno che parlava senza filtri. Merce rara nello sport moderno, dove spesso le interviste sembrano scritte da un ufficio notarile con problemi di fantasia.

La sua battaglia contro la malattia era iniziata nel gennaio 2025. Il 9 gennaio un amico, passato a prenderlo per accompagnarlo a Pavia, lo aveva trovato in stato confusionale nella sua abitazione. La figlia Nagaja era accorsa immediatamente: Beccalossi era cosciente e parlava, ma con difficoltà e frasi sconnesse.

Il quadro clinico precipitò nel giro di poche ore. Dopo il ricovero arrivò il coma e il trasferimento in terapia intensiva. Momenti drammatici, raccontati mesi dopo dalla moglie Danila in una intervista al Corriere della Sera: «È stato il momento più duro perché i medici con lucida onestà ci avevano avvisati: “Non sappiamo se arriva a domani”».

Dopo quarantasette giorni arrivò il risveglio, che aveva riacceso le speranze della famiglia e di tanti tifosi. Nei mesi successivi Beccalossi aveva provato lentamente a recuperare, con il desiderio di tornare a una vita normale e al lavoro. Un percorso difficile che però, alla fine, non è bastato.

Con la sua scomparsa il calcio italiano perde uno degli ultimi fantasisti autentici di una generazione che faceva innamorare gli stadi. Giocatori imperfetti, umorali, spesso ingestibili per gli allenatori, ma capaci di accendere una partita con una sola intuizione. A Lecco resta il ricordo di un uomo che aveva scelto di mettersi in gioco anche lontano dai riflettori della Serie A, cercando di dare una mano a una piazza ferita ma ancora profondamente innamorata del proprio calcio.

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