Cronaca / Lecco città
Lunedì 26 Gennaio 2026
Apre RistorExpo: «La rivoluzione della normalità»
L’evento Inaugurazione a Lariofiere della rassegna del “fuori casa”. «Seguendo la norma si costruisce e si ordina il mondo»
“L’Elogio della normalità”, tema di RistorExpo 2026, è stato al centro della mattinata che ieri ha ufficialmente aperto la manifestazione a Lariofiere. La normalità è stata affrontata e interpretata da quattro punti di vista diversi.
Secondo Giacomo Mojoli (disegnatore di idee) il mondo del cibo e del vino, dovrebbe “zalonizzarsi”: «Riuscire a fare ciò che ha fatto Checco Zalone con il suo ultimo film. Non voleva creare un’opera d’arte, voleva riportare le persone nelle sale cinematografiche. E ci è riuscito usando la normalità. Ha preso elementi del passato senza scivolare nella nostalgia, ha decostruito la commedia italiana, ha messo in fila una serie di cose di buon gusto e ha reso straordinario ciò che è normale. Il risultato? Le sale si sono riempite. Da qui dobbiamo tornare a pensare a una normalità capace di generare gratitudine, tornare nei luoghi dell’accoglienza e uscirne dicendo: “Grazie, sono stato bene”». Una normalità che è difficile da costruire: «Perché in questi anni ce ne siamo dimenticati. E così, tornare alla normalità diventa qualcosa di molto complesso, richiederà studio e capacità di unire la storia con l’innovazione». «La normalità è silenziosa e non si sente bene, perché viviamo in un’epoca rumorosa, i tempi sono cupi, ma sono anche noiosi – ha osservato Andrea Petrini (global writer) - C’è questo esibizionismo, questo esercizio di stile fine a se stesso, questa voglia di gareggiare a chi fa più bello. Tutto questo mi annoia, ma resto ottimista. In un mondo in cui la norma dell’apparire, dell’esibirsi è quasi dictatoriale, opponiamo la nostra normalità, il nostro restare fedeli a ciò che siamo e a ciò che vogliamo fare. Nel 2026 bisogna accettare l’idea di entrare “in resistenza” a questa norma che arriva dai social, da tutto ciò che ci viene imposto, e fare quello che sappiamo fare meglio».
L’elogio della normalità non è un invito alla mediocrità, ma un ritorno alle fondamenta. La norma che nasce come squadra e strumento di costruzione, è il principio attraverso cui si sono organizzati i saperi e si sono date le regole a partire da Vitruvio, ha sottolineato Davide Rampello (manager culturale, regista e direttore artistico): «Seguendo la norma si costruisce, si misura, si coltiva, si ordina il mondo. Questo senso della regola attraversa la storia: dalle comunità monastiche di Benedetto fino all’Umanesimo e al ritorno ai classici, intesi come eccellenza. Per questo elogiare la normalità oggi significa resistere al frastuono del vuoto, all’esibizione fine a se stessa, e tornare alle regole essenziali dell’essere umano: prima persone dentro una comunità, poi professionisti. La normalità non è grigia, è una visione alta, un principio vivo che riporta al centro i valori fondamentali e l’incandescenza interiore».
«La normalità dovrebbe essere uno Stato che, dopo il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco, investa sulla formazione alberghiera – ha evidenziato Rocco Pozzulo (presidente Federazione Italiana Cuochi) - A febbraio molti istituti alberghieri non hanno più le risorse economiche per continuare l’attività pratica. La normalità è anche il fatto che abbiamo chiesto al Governo di abbassare il costo del lavoro nella ristorazione, i ristoratori devono assumere più personale per permettere un doppio turno. Perché non è normale lavorare diciotto ore in cucina. La normalità è anche, e lo dico come federazione, riconoscere la professione del cuoco come lavoro usurante. Se vogliamo parlare davvero di normalità, dobbiamo partire da qui».
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