Gori a Lecco: «Europa e i territori, una sintesi cruciale per il futuro»
L’europarlamentare Pd, già sindaco di Bergamo, in città per sostenere Mauro Gattinoni: «Ha lavorato molto e bene, giusto proseguire quest’esperienza»
L’Europa che fatica a trovare una voce comune nelle crisi internazionali, il nodo dell’energia e delle rinnovabili, il futuro delle aree interne e il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle piccole imprese. Ma anche il campo largo, il Partito Democratico e le elezioni comunali di Lecco. L’europarlamentare del Partito Democratico Giorgio Gori affronta i grandi temi internazionali e nazionali con uno sguardo molto concreto, da amministratore prestato a Bruxelles. Una categoria umana rara: il politico che parla di permessi edilizi e manutenzione delle macchine industriali invece che di “vision” e “resilienza trasformativa”. Quasi commovente.
Gori, sono giorni complicati per l’Europa. Che aria si respira a Bruxelles?
«Un’aria preoccupata. La situazione internazionale è molto seria e nasce da una scelta che Trump e Netanyahu hanno preso unilateralmente nei confronti dell’Iran. Poi possiamo dire tutto quello che vogliamo sul regime iraniano, ma l’impressione è che questa iniziativa militare sia stata avviata con superficialità, senza comprendere davvero dove avrebbe portato. C’era forse l’idea di chiudere tutto in pochi giorni, un po’ come Putin pensava di fare con l’Ucraina. Invece oggi ci troviamo con lo stretto di Hormuz bloccato, il prezzo degli idrocarburi che cresce e conseguenze economiche pesanti anche per l’Europa».
E l’Europa, ancora una volta, sembra spettatrice.
«Perché la politica estera e la difesa restano competenze degli Stati membri. Se i 27 Paesi non trovano una posizione comune, l’Europa istituzionale non può davvero sedersi al tavolo delle decisioni. Lo abbiamo visto con Gaza, mentre sull’Ucraina almeno c’è stata una maggiore compattezza».
Lei si occupa di industria ed energia. Che impatto rischiano di subire territori produttivi come Lecco e Sondrio?
«Molto forte. Le nostre imprese pagano costi energetici altissimi e nel breve periodo gli Stati possono aiutare famiglie e aziende. Però l’Italia ha margini di bilancio molto ridotti. Io, ad esempio, considero discutibile la scelta di abbassare le accise indistintamente: aiuti sia chi fa fatica ad arrivare a fine mese sia chi fa benzina con la Ferrari. Inoltre, abbassando artificialmente il prezzo, non riduci la domanda».
La soluzione vera resta quella delle rinnovabili?
«Sì, ed è l’unica strada concreta nel medio periodo. In Italia continuiamo ad avere enormi difficoltà nel trasformare i piani in impianti reali. Ogni volta che si parla di fotovoltaico o pale eoliche c’è qualcuno che si mette di traverso. Siamo indietro rispetto agli obiettivi. Sul nucleare io non sono contrario, anzi penso possa essere utile come complemento, ma se partissimo domani avremmo energia nucleare forse tra quindici anni. Nel frattempo bisogna accelerare sulle rinnovabili e semplificare i permessi».
Da ex sindaco, che effetto fa rappresentare i territori in Europa?
«I temi europei hanno ricadute molto concrete sulle città. Il PNRR, ad esempio, ha consentito di realizzare opere che avrebbero richiesto decenni. A Bergamo abbiamo potuto investire in infrastrutture decisive per la mobilità. Anche Lecco sta vivendo una trasformazione importante».
C’è però il rischio che i territori contino meno nella gestione dei fondi europei futuri.
«È una partita aperta. In queste settimane stiamo discutendo il bilancio europeo 2028-2034 e c’è il rischio che i fondi di coesione vengano affidati maggiormente agli Stati nazionali anziché alle regioni. Questo potrebbe rendere più debole la voce dei territori».
Aree interne e calo demografico: l’Europa può fare qualcosa?
«È un problema europeo e servono strategie europee. Le risorse sono fondamentali per mantenere servizi essenziali nei territori montani: scuole, farmacie, medici, trasporti. Però credo che la tecnologia possa aiutare molto. Se garantiamo connessioni internet adeguate, molte persone potranno vivere e lavorare anche nelle aree interne».
Lei vede nell’intelligenza artificiale un’opportunità?
«Sì, purché l’Europa non si limiti solo a mettere regole. Qualche paletto è giusto, perché parliamo di uno strumento potentissimo, ma bisogna anche favorirne l’adozione. Non credo che l’Europa possa competere con americani e cinesi nella costruzione dei grandi sistemi di AI. Però possiamo portare l’intelligenza artificiale dentro le piccole e medie imprese».
In che modo?
«Attraverso i dati. L’intelligenza artificiale consente di prevedere manutenzioni, ridurre gli scarti, migliorare la produttività anche in una piccola azienda artigiana. E poi c’è un altro aspetto: oggi molte imprese non trovano personale. L’AI può rendere più semplici alcune funzioni e aiutare anche persone con minore specializzazione tecnica».
Sul fronte politico nazionale, il “campo largo” convince davvero?
«C’è sicuramente un’erosione di consenso del governo Meloni, ma pensare che la partita sia già vinta sarebbe un errore. Serve costruire credibilità come coalizione alternativa. E serve una componente riformista forte. Io continuo a giocare questa partita dentro il Partito Democratico».
Infine Lecco. Che giudizio dà dell’esperienza di Mauro Gattinoni?
«Io continuo a non capacitarmi del fatto che Virginio Brivio e Mauro Gattinoni non lavorino insieme sullo stesso progetto. Sono due ottimi amministratori, molto diversi, ma la città è stata fortunata ad avere entrambi. Oggi si ricandida Mauro e io faccio il tifo per lui. Penso abbia lavorato molto bene, cogliendo opportunità importanti come quelle del PNRR».
Anche se le città oggi sono soffocate dai cantieri.
«Succede ovunque. Anch’io ho lasciato a Bergamo una città piena di lavori. Ma tra qualche anno vedremo città profondamente trasformate. Vale anche per Lecco. Penso ad esempio alla Fondazione del Teatro: una città come questa non poteva non avere un’offerta teatrale di qualità».
Insomma, un secondo mandato sarebbe utile?
«La mia esperienza da sindaco mi insegna che in cinque anni si riesce appena ad avviare un progetto. Dieci anni sono il tempo necessario per realizzare davvero una visione di città».
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