Fate gli scrittori solo se necessario

a “libido scribendi”, è fra i tanti morbi endemici del presente dopoguerra, forse il più innocuo ma non il più trascurabile.

Il terribile vizio di imitare gli americani Meglio imparare da Manzoni

E a considerarlo pensosamente appare anzi, allo storico del costume, come uno dei sintomi più inquietanti e indicativi della barbarie in cui, chiamandola pretenziosamente “crisi” o “travaglio”, ci andiamo beatamente immergendo. Tutti scrittori, in questo nostro tempo in cui, per amena e accidentale coincidenza, nessuno legge.

Letterati dilettanti

Si dirà che il dilettantismo letterario è sempre esistito, massime in una terra di tradizioni umanistiche come la nostra. Ed è vero. Chi di noi, se ha meno di trent’anni, non annovera fra i personaggi dell’infanzia un nonno, uno zio o un amico di famiglia poeta estemporaneo, immancabile snocciolatore di sonetti «in nozze dei dilettissimi» o di epitaffi «in morte del compianto», imbottiti di mitologia e zuccherati di bei sentimenti? O, se ha passato la cinquantina, chi può scagliar la prima pietra contro gli autori di giovanili canzonieri amorosi, in cui la bella era paragonata all’aracne o alla rododattila aurora, e nei momenti di sfortuna amatoria veniva gratificata di «cruda» come una bistecca al sangue?

La differenza fra quei tempi e questi (e, ahimè, l’involuzione) sta in ciò. Che allora i maniaci della penna anzitutto continuavano a far con solerzia e umiltà l’impiegato, il farmacista, il maestro elementare o il procaccia; s’accontentavano di rimirare i propri scritti in svolazzanti calligrafie entro albi pergamenati che mostravano a pochi intimi; limitavano le proprie imbandigioni letterarie a liriche odi, novellette o, al massimo, pudiche memorie autobiografiche.

Oggi invece i giovani, e sono legioni, che si scoprono un qualche prurito letterario, non esitano a rinnegare il proprio onorato mestiere, reclamano a gran voce un editore, e, coltolo in qualche imboscata, gli spianano contro non il tascabile revolver del saggiuolo o dell’opuscolo, ma il massiccio mortaio delle trecento pagine dattiloscritte.

Non è del tutto un’iperbole se scrivo che pochi dei giovani da me conosciuti (e ne escludo, s’intende, i letterati di professione) non hanno nel cassetto almeno “un romanzo”.

Sfogliamolo, questo romanzo del qualunquismo letterario. La sua precipua dote è quella d’essere atrocemente noioso. Una noia squallida e senza scampo, che non è (magari!) né l’uggia amletica né il tedio leopardiano né l’“ennuye” del tenebrore baudelairiano o del dandismo wildiano. E il più paradossale si è che il cinismo crudo, il sessualismo sfrenato, il criminalismo brutale e sanguinolento che vi son gettati a grossi blocchi non riescono a dare alcun guizzo a questo stagno opaco ed immoto. L’altra prerogativa è quella che chiamerei la purificazione dello stile, per cui codeste opere, che potrebbero essere brutte ciascuna a suo modo (e sarebbe già un bel risultato) sono brutte in un’unica guisa uniforme, in uno stile orfano. Il guaio è che oggi, appunto, la vis, la «bravura», l’ambizione solista dei latini sono generalmente ignorate e in molti casi sdegnate in omaggio a un grezzo, truculento primitivismo rovesciatoci addosso dalla produzione americana. E qui sta il punto.

Noi, che non siamo comunisti, non crediamo all’imperialismo americano. Ma a leggere la produzione dei giovani narratori italiani (e qui non parliamo dei paria ma altresì dei meglio dotati) ci verrebbe da affermare che l’America ci ha colonizzati come i filippini. L’altro giorno leggevamo a una buona signora quasi cieca il libro di un giovane narratore italiano dell’ultima leva. «Non c’è proprio male», ha commentato la dama che ha un orecchio letterario di prim’ordine «peccato però che la traduzione dall’americano sia pessima: si vede che il traduttore non sa l’italiano». Ho spiegato a colei che a non sapere l’italiano, purtroppo, era appunto l’autore (il quale, per colmo di scorno, non conosce una parola d’inglese). La verità è forse, invece, che quell’autore, come tanti altri oggi, più che non sapere l’italiano si preoccupava di bistrattarlo per seguire, come la moda vuole, lo stile del quartiere negro di Harlem.

Ecco perché, concludendo, credo che la prima raccomandazione utile ai giovani narratori italiani, sia quella, candidissima, di scrivere in italiano. Dobbiamo convincerci che tutta la brutalità, il cinismo sbracato, la coprolalia e il bassifondismo che in Caldwell, in Faulkner o in Hemingway ci hanno dato delle pagine emozionanti e talvolta grandi se noi le voltiamo come dadi in italiano diventano soltanto delle orrende e stucchevoli sgrammaticature.

I panni in Arno

Bisogna che noi italiani, dopo questa sbornia di americanismo, dopo questo linciaggio della nostra lingua e della nostra sintassi, torniamo a scrivere in italiano. E restar convinti che, se proprio non possiamo farne a meno, si può essere cinici, neo veristi, catastrofici, sboccati e noiosi anche nella lingua di Manzoni. Panni in Arno, dunque?

Panni in Arno. Oh, non occorre sia l’Arno dei filologi il cui limo è finissima sabbia passata ai setacci della Crusca.

Ma ancor prima il vero, l’unico consiglio ai volontari della penna – oggi più che mai – resta quello di Rilke al giovane poeta: «Confessate a voi stesso: morireste se vi fosse vietato di scrivere? Questo, anzitutto, chiedetevi, nell’ora più silenziosa della vostra notte». È un terribile quesito che, deponendo la penna, porremo per cominciare a noi stessi, questa notte, con la maggior lealtà possibile: ve lo promettiamo.

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