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Sabato 12 Novembre 2022
I Cerletti di Chiavenna, uno choc mondiale
Al cimitero si trovano le tracce di una famiglia che ha lasciato il segno in Italia e non solo Giovan Battista fondò la prima scuola enologica nazionale e il figlio Ugo inventò l’elettrochoc . Un libro scritto da un sondriese li riporta in auge
Nel cimitero di Chiavenna, che è bello per quanto possa esserlo un cimitero, c’è una lapide sulla tomba dei coniugi Antonio Cerletti e Carolina Raviscioni, vissuti nell’Ottocento. Lui, di famiglia originaria di San Bernardo in valle Spluga, ma nato a Chiavenna come suo padre Giovan Battista e come suo nonno notaio con lo stesso nome; lei nativa di Isola dove i coniugi si erano sposati nel 1845. Sul lato opposto del cimitero, fra i terrazzi della zona monumentale affiancata dalle pareti rocciose, su una tomba in granito sono incisi i nomi di un loro figlio, l’ingegner Giovan Battista, e dei di lui figli, tra i quali il professor Ugo e moglie.
L’ingegner Giovan Battista Cerletti, primogenito, era nato a Chiavenna nel 1846 e, dopo le elementari, aveva continuato gli studi al collegio Gallio di Como, iscrivendosi poi alla facoltà di matematica presso l’università di Pavia. Sospese gli studi nella primavera del 1866, arruolandosi nel primo battaglione garibaldino alla conquista di Venezia per contribuire all’unità d’Italia e quindi riprese a studiare, laureandosi in ingegneria all’università di Milano.
L’enologo
Vincitore di una borsa di studio per esami, fu per due anni in Austria e in Germania per ricerche sul vino e sulla birra. Fu chiamato a Roma come segretario della Società dei viticoltori italiani e nel 1872 a Conegliano Veneto fondò con Antonio Carpené e diresse la rivista “Annali di viticoltura ed enologia italiana”. Istituì e guidò la prima stazione enologica sperimentale a Gattinara e a Conegliano la prima scuola in Italia di viticoltura ed enologia. Fu in missione in patria, ma anche in Europa e in America.
Non dimenticò la valle di origine, dove fondò e presiedette la Biblioteca popolare circolante di Chiavenna e collaborò con don Guanella alla bonifica della Vedéscia, dov’è oggi Nuova Olonio. Morì nel 1906 a Chiavenna, nella villetta da lui appena completata sulla sponda destra della Mera.
Lo psichiatra
Uno dei suoi tre figli, Ugo, nacque il 26 settembre 1877 a Conegliano, dove, come si è detto, il padre dirigeva la scuola enologica. Nel 1886 si trasferì con la famiglia a Roma e, terminati gli studi liceali, si iscrisse a medicina, passando poi all’università di Torino. Laureato nel 1901, divenne assistente nella clinica psichiatrica universitaria di Roma e quattro anni dopo ottenne la cattedra di psichiatria. A Monaco conobbe le novità nel campo della ricerca.
Volontario capitano medico nella prima guerra mondiale in una compagnia d’assalto, ideò nel settembre del 1915 la mimetizzazione dei soldati sulla neve e l’anno dopo, ad Auronzo sulle Dolomiti, la spoletta a scoppio differito per l’artiglieria e l’aviazione italiane, sperimentandole anche per l’esercito francese al poligono di tiro di Bourges e nel campo di volo a La Ferté Alais. Le sue memorie sullo “Scoppio differito” uscirono postume a Venezia solo nel 1977 come edizione del Ruzante e a Udine nel 2006 presso Paolo Gaspari editore.
A guerra finita, divenne direttore dell’Istituto neurobiologico del manicomio di Milano a Mombello con 3500 ammalati. Nel 1925 vinse la cattedra di neuropsichiatria nella nuova università di Bari e tre anni dopo in quella di Genova. In entrambe aprì una clinica, prima di passare, nel ’35, all’università di Roma. Qui, con un gruppo di allievi e collaboratori, cominciò lo studio che lo porterà alla scoperta dell’elettrochoc.
Più di un centinaio i suoi studi scientifici: dall’anatomia microscopica alla nevroglia, dalla fisiopatologica al tiroidismo e all’epilessia, dalla patologia del sistema nervoso al gozzo endemico. Ma il suo nome è soprattutto legato alla scoperta dell’elettrochoc, a cui arrivò dopo anni di esperimenti su cani e maiali.
Lo scopo era, nella cura della schizofrenia, quello di sostituire l’elettricità al cardiazol, in uso dal 1933, costoso e pericoloso provocando, con vertigini, nausea, perdita di coscienza e convulsioni, anche frequenti rotture delle ossa. Nel 1938, per la cura delle psicosi maniacali e depressive, estese l’elettrochoc all’uomo. Attraverso due elettrodi applicati alle tempie del malato viene trasmesso al cervello, con corrente alternata a 125 volt, un urto elettrico per uno-cinque decimi di secondo. Il paziente perde conoscenza, arrossa in volto con convulsioni per 40-50 secondi, tornando poi cosciente e riprendendo la memoria.
Cerletti aveva ben presente la delicatezza dell’intervento e, dopo averlo illustrato ai soli specialisti, aspettò ben due anni per diffondere un lavoro dettagliato sulla nuova scoperta. Come osserva Roberta Passione, che ha approfondito la figura e l’opera del nostro, «ciò che per Cerletti costituì un’avventura scientifica, da affrontare con coscienza, prudenza e attenzione, nelle mani di molti altri si trasformò in mero tecnicismo, in possibilità di profitto, in arrembaggio terapeutico. […] In Inghilterra e negli Stati Uniti, soprattutto, la enorme diffusione della pratica privata e domiciliare di somministrazione dell’elettrochoc contribuì al moltiplicarsi di applicazioni selvagge e incontrollate di tale metodo».
Di qui la nascita di polemiche e di diffidenze, anche frutto di pregiudizi, considerando la pratica violenta e crudele, quasi che nella medicina non ve ne siano di ben più cruente e impressionanti. Di qui tanta incomprensione nei suoi confronti, se non odio, solo in parte mitigato dalla parziale riabilitazione che è seguita, lentamente, dopo la sua morte, avvenuta il 25 luglio 1963 nella clinica romana “Villa Maria Pia”, assistito dalla moglie Antonietta Marzolo e dai figli Paolo e Margherita. Fu due volte proposto per il premio Nobel.
L’utilizzo attuale
La sua scoperta, disciplinata in Italia nel 1999 e ammessa solo dopo ripetute terapie psicofarmacologiche, cura ancor oggi quasi 500 persone e un milione nel mondo. Una pratica del tutto indolore perché attuata in anestesia generale che consente poi al paziente di riacquistare ogni sua capacità e spesso di superare o mitigare la malattia. La cura, insomma, rimane ancora valida nei casi più gravi.
I luoghi di origine di Ugo Cerletti lo hanno doverosamente ricordato. Nella nativa Conegliano, dove dal 1936 è intitolata al padre la scuola di enologia, è stato dedicato a Ugo nel 2014 il Centro studi sulle varie munizioni di artiglieria.
Chiavenna, da cui proviene la famiglia, ha dato a due vie il nome dei Cerletti: al padre quella in Oltremera, subito dopo il ponte, che si dirige verso la villa in cui morì, oggi sostituita da un condominio che conserva almeno il nome della famiglia; al figlio quella che, prima della salita di Bette, va verso la scuola Garibaldi, sfociando in via Volta, cioè sulla provinciale Trivulzia.
Non nascondo che l’occasione di tornare a parlare qui di Ugo Cerletti è stata per me l’uscita, lo scorso agosto da Neri Pozza, di un volume che ripercorre la vita e l’opera dell’inventore Cerletti. Si tratta di “Shock” di Carlo Patriarca, nativo di Sondrio, dove il padre Pierluigi fu primario di pediatria.
Viene presentato come romanzo e in effetti il medico-assistente narratore e il figlio Giovanni, schizofrenico, sono immaginari, ma la struttura del libro è frutto di ampia documentazione storica, per cui l’opera è piuttosto un romanzo storico. Oggi l’autore anatomopatologo vive a Milano, ma ha scelto di presentare il suo lavoro proprio a Sondrio, presso la sala Besta della Banca Popolare, nel tardo pomeriggio di venerdì 18 novembre prossimo.
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