Il Gavia, lo Stelvio e il Mortirolo: è la storia del Giro

Corsi e ricorsi Dai tempi eroici ai grandi campioni Le montagne e i passi della Valtellina sono iconici e parte imprescindibile della narrazione della corsa

Chiamale se vuoi emozioni. Sono quelle che il Giro d’Italia ha sempre regalato sulle nostre strade. Sono cambiati gli organizzatori, da Vincenzo Torriani all’avvocato Carmine Castellano per giungere a Mauro Vegni, ma le tappe non sono mai state banali e sono rimaste impresse nella memoria dei tifosi. Ognuna delle nostre salite ha il suo eroe. Il Mortirolo, tanto famoso per le sue pendenze, si scoprì, però, inizialmente al mondo per la difficoltà della discesa.

Coppi e Bartali, Merckx e Gaul Hindurain e Berzin fino al pirata Pantani

Chiedere al venezuelano Leonardo Sierra, vincitore della Moena- Aprica nel 1990, che prima di tagliare il traguardo da vincitore uscì di strada più volte lungo i tornanti. In quel fatidico primo giorno del Mortirolo nella storia del ciclismo il Scirea più popolare per qualche ora non fu il compianto libero della Juventus, Gaetano, campione del mondo con la Nazionale di Bearzot nel 1982 in Spagna, ma Mario, il gregario di Gianni Bugno che proteggeva come uno scudiero il proprio capitano e prima di ogni curva segnalava alla maglia rosa la traiettoria. Un dato eloquente su quanto fosse temuta la discesa.

Le salite ardite

Ma il Mortirolo significa Pantani, quegli scatti per stroncare la resistenza di Berzin e Hindurain che mandarono in tripudio la folla, gioia immensa pari all’altrettanta delusione nel ’99 quando i tifosi lo attesero invano sul Mortirolo per festeggiarlo come grande dominatore di quell’edizione del Giro, ma dovettero ingoiare la grandissima delusione ed amarezza della squalifica per doping. Mortirolo sul quale si esaltò anche Coppino Franco Chioccioli nell’edizione del 1991 che dominò, vincendo anche la tappa con arrivo ad Aprica. Le giornate così fredde che hanno preceduto nelle scorse settimane la corsa rosa hanno fatto temere per il ripetersi del gelo che i ciclisti trovarono nell’edizione ’88.

Tante sfide tra i giganti Qui si è sempre deciso il vincitore della maglia rosa

Quelle immagini di atleti quasi assiderati sul Gavia prima di raggiungere Bormio, esprimono tutta la drammaticità del ciclismo, ne rappresentano il limite e l’apoteosi.

Quel giorno l’olandese Johan Van Der Velde in maglia ciclamino attaccò arrivò da solo in cima al Gavia, ma in discesa rischiò l’assideramento e giunse con 47’ di ritardo al traguardo. Anche Chioccioli in maglia rosa dovette arrendersi al freddo nella tappa vinta dall’olandese Erik Breukink davanti allo statunitense Andrew Hampsten, che poi vinse il Giro.

L’anno dopo il Gavia non si fece perché la tappa con arrivo a Santa Caterina Valfurva fu annullata per neve. Il Gavia era stato affrontato per la prima volta negli anni Sessanta con la vittoria di un gran campione come lo scalatore lussumburghese Charly Gaul. Ma anche l’arrivo nel capoluogo racchiude grandi storie umane. Nel 1980 nella Cles-Sondrio, terz’ultima tappa, emerge la grandezza di Bernard Hinault che nelle vie della città lasciò la vittoria al gregario Bernaudou, con il quale aveva fatto il vuoto sullo Stelvio.

Un legame fortissimo

Un legame talmente forte che il vincitore della tappa di Sondrio poi chiamò Stelvio il proprio ristorante. È targato invece Marco Saligari, detto “Il Commissario”, il successo di Sondrio nel 1992 dopo un’epica fuga solitaria da lontano di 149 km nella Palazzolo-Sondrio di 166 km. Vincere in Valtellina per lui con origini della Val Masino non aveva prezzo. Lo Stelvio questa volta sarà bello ed impossibile da scalare. Il miracolo di aprire la strada fra muri di neve come fu nel 2012 in occasione del successo del belga Thomas De Gendt non c’è stato. La tappa di quest’anno con il passaggio sullo Stelvio sarebbe dovuta partire da Livigno proprio come nel 1972, una corsa leggendaria con arrivo in cima al Passo nella quale lo scalatore spagnolo Fuente riuscì a staccare Eddy Merckx che poi vinse ugualmente la maglia rosa. Lo Stelvio fu decisivo nel 1980 con Bernard Hinault che sfilò la maglia rosa a Vladimiro Panizza nel giorno del 35esimo compleanno. Dopo aver rifilato un minuto in salita agli avversari nella discesa verso Sondrio, il transalpino portò a vari minuti il suo vantaggio.

Per restare nella memoria, le tappe hanno bisogno anche di un grande vincitore. Fu così a Bormio con Gilberto Simoni e a Tirano con Diego Ulissi nel 2011; e soprattutto a Bormio 2000 con Damiano Cunego nel 2004 e ad Aprica con Ivan Basso nel 2010.

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