Ansa Press Release
Giovedì 26 Febbraio 2026
Comunicato Stampa: “Diario di un nostalgico”: poesia della memoria ferita e della sopravvivenza emotiva
La raccolta poetica “Diario di un nostalgico” di Alessandro Re , pubblicata dal Gruppo Albatros il Filo si presenta fin dalle prime pagine come un attraversamento emotivo compatto e coerente, un vero itinerario interiore che si manifesta nella poesia. Non una semplice successione di liriche autonome, ma a una raccolta che costruisce progressivamente una voce riconoscibile, segnata da una continuità tematica e sentimentale che accompagna il lettore dall’inizio alla fine dell’opera. La nostalgia evocata dal titolo non è infatti un sentimento statico o contemplativo: diventa materia viva, conflittuale, spesso violenta, che agisce come forza motrice dell’intera poetica dell’opera.
Sin dalle prime poesie emerge una scrittura che rinuncia deliberatamente all’eleganza levigata della tradizione lirica per scegliere una lingua aspra, diretta, quasi confessionale, capace di alternare immagini crude a improvvise aperture di delicatezza. Alessandro Re costruisce un io poetico che non cerca redenzione estetica, ma autenticità emotiva: il verso appare spesso spezzato, irregolare, vicino al parlato, e proprio questa imperfezione controllata diventa uno degli elementi distintivi della raccolta. La poesia assume così la funzione di spazio necessario, luogo in cui l’autore tenta di nominare ciò che nella vita resta irrisolto.
L’amore rappresenta una delle forze centrali dell’opera, ma raramente assume una dimensione pacificata. La figura femminile attraversa i testi come presenza insieme concreta e simbolica: donna reale, ricordo, ossessione, salvezza mancata. L’autore costruisce un immaginario amoroso dominato da un desiderio che coincide quasi sempre con la perdita , e proprio questa impossibilità rende le poesie attraversate da una tensione costante. Parallelamente si sviluppa una riflessione insistente sul tempo, percepito come forza inesorabile. In molte liriche il poeta osserva sé stesso mentre cambia, mentre perde energia, mentre riconosce la distanza tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è diventato. Questa consapevolezza genera una poetica del fallimento che non sfocia però nel compiacimento, bensì in una lucida autoanalisi, spesso attraversata da un’amara ironia.
Un elemento particolarmente significativo è la capacità dell’autore di alternare registri differenti senza rompere l’unità complessiva dell’opera. Accanto a testi intensamente lirici compaiono componimenti narrativi o quasi surreali, come “Un cazzo di casino”, dove immagini paradossali e dialoghi stranianti aprono una dimensione quasi teatrale. Questi momenti non rappresentano deviazioni, ma ampliano il campo espressivo del libro, mostrando come la nostalgia non sia solo malinconia ma anche disorientamento, assurdità, percezione di un mondo incoerente.
Procedendo nella lettura, diventa evidente come la raccolta costruisca un progressivo spostamento emotivo: dalle prime poesie dominate dall’urgenza della perdita si passa a testi in cui emerge una maggiore consapevolezza. Non si tratta di una riconciliazione, ma di una accettazione imperfetta della propria fragilità , che trova espressione in componimenti più riflessivi e quasi testamentari. Il poeta sembra comprendere che la nostalgia non può essere superata, ma soltanto abitata.
Un ruolo importante è giocato anche dalle immagini corporee, spesso crude, che riportano continuamente la poesia alla dimensione fisica: cuori strappati, cicatrici, stanchezza, peso del corpo. Questa materialità impedisce alla raccolta di diventare astratta e radica ogni riflessione nell’esperienza concreta dell’esistenza. La sofferenza non è metafora distante, ma esperienza tangibile, incarnata.
Emerge inoltre una riflessione ricorrente: più volte Alessandro Re interroga il senso stesso dello scrivere, mostrando una profonda ambivalenza verso la figura dell’autore . Scrivere appare insieme necessità e condanna, gesto salvifico e prova della propria incompiutezza. Alcuni testi suggeriscono apertamente il dubbio che la poesia possa davvero salvare, ma proprio questo dubbio diventa la ragione per continuare a scrivere. Emerge con forza anche la dimensione esistenziale della scrittura: l’autore riflette sul proprio ruolo, sulla solitudine dell’atto creativo e sull’ambiguità dell’identità. La scrittura diventa così un gesto liminale, sospeso tra testimonianza e invenzione, tra confessione e costruzione narrativa, rivelando una profonda inquietudine ontologica che percorre silenziosamente tutta la raccolta.
In testi come “I panni dell’uomo che scrive” la voce poetica si espone senza difese, mostrando la fragilità mentale, la paura della notte, il rapporto conflittuale con sé stessi. Qui la nostalgia smette di essere soltanto memoria e diventa l otta quotidiana per restare vivi , una tensione che attraversa l’intero libro e che conferisce alla raccolta un’innegabile coerenza interna. Il poeta non racconta soltanto ciò che ha perduto, ma ciò che continua a resistere nonostante tutto.
Un altro elemento ricorrente è il rapporto con il fallimento personale, che non viene mai mascherato. Il poeta si rappresenta spesso come figura marginale, inadatta, incapace di aderire pienamente al mondo. Tuttavia, proprio questa auto-rappresentazione genera una forma di autenticità che evita ogni posa romantica: la fragilità non è idealizzata, ma osservata con crudezza. Ne nasce una poesia che trova forza nella propria vulnerabilità, costruendo una estetica dell’imperfezione consapevole , capace di parlare senza filtri.
Nella parte conclusiva del libro, la nostalgia assume progressivamente un valore diverso: non più soltanto rimpianto, ma riconoscimento del percorso compiuto. Le immagini tornano ciclicamente — strade, scarpe, fiumi, case perdute — ma appaiono attraversate da una quiete nuova, fragile e mai definitiva. Il passato resta irrecuperabile, eppure diventa parte integrante dell’identità presente. È qui che la raccolta rivela la propria struttura circolare: il diario non registra un cambiamento risolutivo, bensì una presa di coscienza lenta e dolorosa , in cui vivere significa accettare la permanenza delle proprie ferite.
Particolarmente significativa è anche la presenza di un linguaggio che accetta il rischio dell’eccesso emotivo. L’autore non teme l’enfasi, né l’esposizione diretta del sentimento; al contrario, sembra cercare deliberatamente un contatto immediato con il lettore. In alcuni momenti la scrittura sfiora la confessione diaristica pura, ma proprio questa esposizione crea una relazione empatica forte, trasformando la lettura in un’esperienza partecipata. La poesia diventa così spazio di condivisione del disagio contemporaneo , dove solitudine, dipendenza affettiva e senso di smarrimento trovano una voce sincera.
Al termine della lettura resta la sensazione di aver attraversato un lungo monologo interiore, un viaggio in cui la nostalgia non coincide con il rimpianto sterile ma con la necessità di ricordare per continuare a esistere. Alessandro Re costruisce così una raccolta in cui la poesia diventa testimonianza di resistenza emotiva, mostrando come, anche nel disordine della vita, la parola possa ancora rappresentare un tentativo di restare — ostinatamente — presenti a sé stessi. “Diario di un nostalgico” lascia quindi l’impressione di una voce che scrive non per spiegare il dolore, ma per abitarlo fino in fondo, trasformandolo in esperienza condivisibile e profondamente umana.
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