Darwin Pozzi, il fisioterapista che ha portato Brignone all’oro

Il lecchese, da anni negli alberghi e in ospedale, ha trovato nello sci la sua consacrazione. Un percorso incredibile culminato con le Olimpiadi Milano Cortina 2026.

Lecco

Si chiama Darwin Pozzi, ha 52 anni, fa il fisioterapista, ed è uno del team che ha portato Federica Brignone ai due ori olimpici che risplendono sulle Olimpiadi Milano Cortina 2026. Ha lavorato in ospedale, come libero-professionista, poi in vari studi, ha fatto un po’ di tutto, prima che, quattro anni fa, Sofia Goggia lo conoscesse e, dopo averlo fatto imparare a sciare, lo facesse diventare un uomo della “valanga rosa”.

E dire che nello sport, nei primi anni 2000, aveva fatto solo calcio, come fisioterapista, seguendo l’Oggiono. Ha lavorato anni negli alberghi, i 5 Stelle Lusso, nelle Spa; poi per 21 anni in ospedale in vari reparti e in un sacco di studi. Mai avrebbe immaginato che il suo punto d’arrivo fosse lo sci, che fino al 2022 non conosceva, e poi le Olimpiadi con la nazionale femminile. Dal recupero delle persone che subivano incidenti stradali, dal trattare tantissimi colpi di frusta, a seguire le migliori sciatrici del pianeta è passato un mondo intero.

Lui, concreto e umile, però, non si monta la testa: «Ancora non so se sarò riconfermato, perché il nostro contratto termina a fine aprile. I contratti vanno da Olimpiade a Olimpiade, per cui dalla fine delle Olimpiadi di Pechino è stato fatto un progetto per portare le ragazze alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Il progetto fortunatamente è andato bene ma è terminato, per cui...».

Fisioterapista della squadra Elite, Darwin Pozzi ha seguito Brignone ma anche Elena Curtoni, Sofia Goggia e Marta Bassino. La lecchese Zenere era seguita da altri colleghi.

Ma chi è la più meticolosa nella preparazione fisica, quella che proprio fa tutto quello che gli viene detto da Pozzi & C.? Inutile chiederlo: «Sono Goggia e Brignone in primis, poi Bassino che è “arrivata” proprio seguendo l’esempio delle altre due. Ma loro due sono le “mostre sacre”, quelle che iniziano per prime la mattina, che vanno a fare allenamento e stanno più delle altre, e sono sempre quelle che tutti i giorni vengono a fare fisioterapia. Loro veramente sono degli esempi».

La giornata-tipo delle campionesse olimpiche italiane è particolare: «Al mattino, facendo velocità, la neve è più ghiacciata, per cui magari la sveglia è intorno alle 5.30-6. Colazione e poi tutti in pista. La durata dipende dalla lunghezza della pista e dalla difficoltà. Loro fanno 6-7 giri che vuol dire una decina di minuti al massimo di allenamento perché hanno un minuto a giro, più o meno, per cui in realtà di per sé sulla pista stanno veramente poco. Poi c’è tutto il tempo per ritornare in quota perché loro arrivano, salgono in quota, cambiano gli sci, mettono gli sci da gara, scendono lungo la pista arrivano giù, si rivestono, mettono gli sci da sassi e ritornano su. Passa una mattina per poi fare 10 minuti di allenamento reali. Poi di solito hanno il pranzo, alcune riposano nel primo pomeriggio, altre no. Quelle che non riposano fanno subito fisioterapia, se no le altre vengono più tardi e fanno palestra perché nel pomeriggio hanno tutti palestra da fare con il preparatore atletico. Quindi ritornano a fare fisioterapia con noi e di solito la sera alle 19.30 abbiamo la riunione con i responsabili della squadra che spiegano un po’ come si svolgerà l’allenamento del giorno successivo oppure la gara».

Parliamo di Brignone. Il suo recupero fisico ha del miracoloso: «La prima persona che ho ringraziato quando la Brignone ha vinto l’oro è una persona che non era presente, ovvero il fisioterapista che l’ha seguita e che si chiama Federico Bristot. Lui era in squadra tanti anni fa e ha fatto tutto il recupero fino al reingresso di Brignone in squadra perché quando loro si fanno male escono dalla nazionale e praticamente vanno a farsi trattare in un centro a loro scelta, visto che non abbiamo il centro di riferimento nazionale. Lei è andata al JMedical a Torino. Bristot l’ha rimessa in piedi fino a quando poi ci sono state le condizioni per poterla rimettere in pista e quando poi è ritornata in pista lui l’ha accompagnata per il primo ritiro e lì Federica è rientrata con me e gli altri. Siamo in cinque: un preparatore atletico, lo ski man della Brignone, il fratello che è suo allenatore e il medico». Prima gara a Kronplatz (sesta in Gigante), poi Crans Montana (17esima nel Super-G). E poi... L’Olimpiade».

Per Pozzi è stata solo una conferma che il lavoro, e non solo il talento, paga: «Lei si è messa d’impegno dal primo giorno per cui per noi è un esempio enorme. Un esempio di voglia di fare, di non mollare, di rimettersi in gioco. Abbiamo fatto una riunione prima di andare alle Olimpiadi dove lei ha voluto provare a fare due gare prima di andarci, anche se il direttore tecnico era contrario perché non voleva rischiarla. Lei gli ha detto: «La mia vita è lo sci e io voglio mettermi in gioco, per cui se non posso mettermi in gioco e non posso sciare, io smetto». Per cui lei, contrariamente a quello che gli avevano consigliato, ha preso la decisione di ritornare in gara.

Ha detto: «Non me ne frega assolutamente dei punti, non mi interessa se arriverò ultima, però io ci voglio provare». Un esempio per tutti». Con il bruttissimo incidente che Brignone ha avuto c’era il rischio che non riuscisse manco a camminare, invece alla fine è ritornata e ha vinto due medaglie d’oro. Un ricordo indelebile per lui: «Non scorderò mai Brignone sul podio con il presidente della Repubblica in piedi, le frecce tricolori che ci passano sopra e l’Inno d’Italia cantato da noi a squarciagola. Secondo me è la cosa più bella. Anche il presidente Repubblica era in piedi davanti a lei per rendergli onore perché se lo merita tutto».

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