Avremmo voluto una pasqua diversa.
Una pasqua per sottrazione: qualche tensione in meno; meno conflitti, meno motivi d’ansia e di preoccupazione nella convivenza civile, nell’andamento dell’economia e nelle prospettive future. Non è così. Il mondo, dopo averci prospettato la globalizzazione, s’è ristretto. Per rendersene conto è sufficiente fare un giochino: segnare sul mappamondo i paesi in cui oggi non possibile, o è rischioso, andare, a motivo di guerre, di regimi totalitari, di focolai di rivolta o terroristici. È presto fatto.
Noi, però, facciamo pasqua in questo tempo e in questo mondo. Non in altri. Difficile dire se qualcosa sia andato storto o se siano i corsi e i ricorsi della storia. Avrei sperato piuttosto in un progresso di civiltà umana, di democrazia e magari anche di un pizzico di fraternità universale.
Quanto basta. Ma allora cosa ci dà la pasqua di Gesù?
Ci ridà quell’anima che abbiamo perso e che non è altro rispetto al corpo e alla realtà.
È ciò che fa di una creatura una persona e di tante persone una comunità. È la sua coscienza, il respiro, il senso e lo spirito. Cerchiamo la nostra anima ed anche quella della città e del mondo.
Ma noi che siamo più preoccupati di funzionare che di esistere ci siamo dati gli obiettivi della prestazione e dell’efficienza e abbiamo perso quelli della relazione, della bellezza, del gusto di vivere e di vivere insieme.
La pasqua di Gesù, invece, è la certezza che ciascuno è abitato dal Dio dell’eterno, da lì viene e lì torna.
È quel passaggio che non s’inceppa nel limite dell’uomo ma apre una breccia su un compimento che si trova altrove: negli altri e in Dio. C’è una dimensione spirituale (ma anche culturale, storica, sociale) che urge ritrovare.
E poi abbiamo perso, oltre all’anima, la visione. Karol Wojtyła, in un testo del 1952, in cui immaginava l’uomo contemporaneo come Giacobbe che lotta contro Dio allo Jabbok, scriveva che “l’uomo soffre soprattutto per mancanza di visione”.
È così perché brancola nel buio ed è disorientato, non vede oltre il presente o al più oltre il tempo stretto di qualche mese, forse di qualche anno. Non oltre.
Wojtyła scriveva che Giacobbe quella notte sentì “Qualcuno che entrò nella sua coscienza fino in fondo”.
Questa è la pasqua che ci fa passare oltre. L’uomo che si ferma al Calvario e alla logica della forza, della prepotenza e della morte, adesso fa un passo in più nel giardino della risurrezione e si misura con la logica della vita, dell’accoglienza, della fraternità e della grazia.
La visione consiste nell’allargare il perimetro dell’orizzonte: non più quello dei nostri giri ma quello del mondo, anzi dell’universo e della sua eternità.
Se una visione non osa addentrarsi in ciò che vale e dura davvero, ciò che va oltre persino noi stessi e le nostre prestazioni, i calcoli e gli interessi, resterà sempre una visione debole.
La pasqua, dunque, ci restituisce l’anima che abbiamo perso e ci dà la visione che s’è fatta miope.
Solo così costruiamo un tempo di pace. Credo poco, ormai, alla tregua dei trattati e dei compromessi: sono il risultato di convenienze politiche e di affari economici.
Credo di più nella pace che intessiamo nelle case, tra le relazioni quotidiane, dentro la città e nei luoghi di lavoro. Una pace di gesti che riconciliano e di parole che uniscono.
Quella che Yehuda Amichai, poeta israeliano del secolo scorso, immaginava venir su spontanea tra la gente come i fiori del campo che nessuno semina eppure crescono: “Che sia come i fiori selvatici, all’improvviso nell’urgenza del campo. Una pace selvatica”.
E così allora, oltre all’anima e alla visione, la pasqua ci dia anche una pace selvatica.
*Prevosto di Lecco
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