Il voto in Provincia, occasione mancata

Sabato 24 gennaio 2026, in sala don Ticozzi a due passi da Villa Locatelli, si voterà per il nuovo presidente della provincia di Lecco. Numeri e particolari in cronaca. Voglio tuttavia rassicurare i cittadini maggiorenni del nostro territorio che l’esercizio elettorale non li riguarda e non s’allarmino se l’appuntamento risulta a loro sconosciuto.

Potranno e dovrebbero votare solo i 1.029 consiglieri e sindaci degli 84 Comuni della Provincia. Un passaggio più di stampo carbonaro che democratico che si va consumando nella ristretta orbita dei partiti e delle loro conventicole, laddove la partecipazione è sempre più un miraggio.

Siccome detesto sparare nel mucchio, ricordo che il quadro a tinte fosche è vittima della furia iconoclasta del rottamatore Matteo Renzi che tentò di abolire le province (lui che da giovanotto era stato presidente di quella di Firenze) in un disegno che mirava a lasciare in braghe di tela parti significative della costituzione, con un referendum ad personam che invece ha lasciato lui in mutande.

La loquela, le stimmate del politico di razza e la spregiudicatezza gli permettono ancora oggi di essere il più gettonato tra gli ospiti dei talk televisivi, dei giornali, nonché scrittore e conferenziere con una carriera folgorante e fruttifera.

Intanto ha lasciato le province a nuotare in una palude convertita ad acqua dolce e praticabile dall’impegno di amministratori che, anche a titolo gratuito, non hanno disdegnato di navigare a vista su una scialuppa di salvataggio.

É anche per queste ragioni che l’approccio della politica avrebbe dovuto distinguersi dagli schemi e dagli alfabeti che caratterizzano le elezioni di altro livello e si segnalano per l’esasperata competitività, per la propaganda gridata, per il clientelismo, ora sottile, ora grezzo, ora smaccato.

Ma non s’usa sostenere, quale che sia la bocca, che un amministratore va giudicato in base agli obiettivi raggiunti durante il mandato e se ha meritato si conferma, se ha fallito lo si manda a casa. L’ovvia semplificazione sembra calzare sull’operato del sindaco di Monticello, Alessandra Hofmann, che si è mossa per tenere insieme i Comuni, provando a contemperare spinte ed esigenze diverse. Qualche esempio che, a mio avviso, vale anche per il comportamento dei consiglieri più attenti alle questioni aperte nelle loro aree di incidenza che non agli ordini di scuderia di questo o quel capetto che ne fa una questione di posti e di potere. Va da sé che nel Calolziese l’interesse preminente riguarda la Lecco-Bergamo, nella Brianza spiccano il ponte di Paderno e il destino delle aree industriali, a Colico brilla, si fa per dire, il contenzioso tra chi guarda con favore alla Valtellina e chi invece vuole rimanere con Lecco.

La verità è che in attesa dell’annunciata, ma improbabile, riforma dell’ente occorrerà immaginare un’istituzione che, povera di risorse, ma oberata di deleghe e compiti sempre più vasti e complessi, dovrà essere corroborata da Regione e Governo. Se tutte le strade portano a Roma, mi vien da dire che occorre passare da Milano e un rapporto sistematico, collaborativo, persino empatico con il Pirellone è imprescindibile se si voglia evitare il confino ne bassifondi delle priorità. Ora io non conosco il sindaco di Imbersago Fabio Vergani, competitor di donna Alessandra, per conto di una compagine che, pur dichiarandosi civica, resta a trazione Pd. Fatico tuttavia a individuare i motivi di un cambiamento alla guida dell’Ente anche perché a fine anno si rinnoverà il consiglio provinciale e, complici soprattutto le elezioni del capoluogo, la briscola potrebbe cambiare: il due di picche è sempre in agguato.

Avverto in sostanza il rischio dell’occasione mancata, laddove forse una soluzione di sistema avrebbe anche ravvivato quell’altro sistema Lecco che da tempo ha perso i suoi tratti originari lasciando il territorio e i vari soggetti senza un afflato e uno spirito condivisi, che pure nel recente passato aveva prodotto buoni frutti. Quel che mi preme di capire però è anche la fisionomia e il ruolo dei Civici che si vanno sempre più stemperando e tornano a galla solo nelle circostanze elettorali. Stento anche a cogliere il significato di Civismo oggi e non soltanto perché anche in quest’occasione è arduo trovare un comune denominatore, ma anche se la loro libertà d’azione è un valore in sé, se non partecipa a un disegno definito rischia di portare in tavola un piatto insipido e un vino annacquato. Insomma, ai lecchesi e ai Comuni, interessa soprattutto di poter contare su un’istituzione capace di penetrare nel tessuto sociale del territorio e di interpretare i cambiamenti che procedono a ritmo accelerato.

Una poltrona vale poco se isolata in una stanza ed era qui che mi sarei aspettato uno sforzo di compartecipazione più ampio, un campo non largo, ma aperto. Un luogo nel quale anche il Civismo, che è pur sempre un vestito da sartoria per la politica, potesse concorrere a elevare la qualità di idee e prospettive, mentre temo che, di questo passo, invece di favorire la partecipazione di chi non è schierato, accompagni i cittadini non ai seggi, ma alle urne cinerarie. C’è anche il timore fondato che la partecipazione dei consiglieri non registrerà un plenum e che con la regola del voto ponderato a decidere il derby siano quelli che, per quel giorno, abbiano in mente la cabinovia.

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