Il centro cittadino? Corre il rischio di diventare comunità fantasma. Non è un caso, di questi tempi, che uno dei più forti richiami alla politica locale (e alla cittadinanza, s’intende) arrivi da miglia e miglia al di fuori degli steccati politici. Più precisamente dal prevosto di Lecco, monsignor Bortolo Uberti. Il sacerdote aveva dapprima consegnato al nostro giornale un editoriale natalizio in netta discontinuità (eufemismo) con il clima spensierato e superficiale delle feste. Dopodiché, in apertura di anno, ecco l’intervista che ha rilanciato un tema ulteriore, più orientato al tessuto urbano. Quello relativo a “cambiamenti in atto che ci devono interrogare”. E ancora alla domanda urgente di cosa voler fare per il futuro di Lecco e perché il centro, testuale, “non diventi comunità fantasma, fatta solo di persone anziane perché ai giovani o agli studenti l’accesso viene precluso”. Un rischio che, secondo il prevosto, riguarda tutta la città, pericolosamente in bilico tra i grandi cambiamenti del nostro tempo e un tessuto fatto di “una miriade di solitudini”.
Come ha sottilmente notato anche l’ex sindaco Virginio Brivio nei giorni successivi, il richiamo si inserisce nel solco dei moniti consegnati a suo tempo anche dal predecessore dell’attuale prevosto, vale a dire monsignor Davide Milani, e pure del vescovo di Como, Oscar Cantoni, che due estati fa si era duramente scagliato contro quel turismo lariano che “per soldi sfalda e svuota la città”.
Insomma, c’è davvero da riflettere se, negli ultimi anni, diverse invettive dei vertici religiosi lariani si sono dirette verso materie storicamente poco affini a parrocchie, diocesi e decanati. Il turismo sregolato, la pianificazione urbanistica che ammicca solo all’estetica dei rendering, i luoghi assimilati a funzioni, le comunità che smarriscono la loro ragion d’essere, i cittadini che si richiudono dentro una calda e sicura autoreferenzialità. Il che, per tornare all’editoriale di Natale, ha parecchio a che fare con le feste. Vale a dire con quel periodo dell’anno nel quale l’abnorme carrozzone di riti collettivi (dal canonico pranzo in famiglia alle proiezioni di Checco Zalone) diventa il comodo surrogato alla fragilità dei riti quotidiani. Il periodo nel quale la città si anima di un’intensità febbrile e artificiosa (alzi la mano chi è riuscito a percorrere le vie centrali di Lecco in tempi umani durante la settimana di Natale), per poi lasciare campo ai soliti buchi neri di luoghi anonimi, ostaggio di degrado e disinteresse.
La novità, casomai, è il grado di reattività della politica locale. Le parole del prevosto sono state oggetto di un ampio dibattito politico e sociale, ospitato dalle pagine del nostro giornale, che ha in qualche misura riunito competenze e ascendenze molto diverse tra loro.
In un primo momento, sono stati i rappresentanti delle forze politiche in consiglio comunale a sottolineare che l’allerta di don Bortolo Uberti ha un suo profondo grado di verità. Poi è toccato anche a voci autorevoli della società civile. Qualcuno si è pure spinto a mettere a tema la questione sull’agenda elettorale delle varie coalizioni. Perché, in effetti, tra qualche mese si andrà alle urne e prima o poi toccherà anche parlare del futuro di Lecco. Quello vero, però. Non solo le grandi opere o le visioni “marketing” che servono a intercettare questo o quel brandello di elettorato. Se è vero, come dice l’adagio, che la vita è quel che accade mentre sei impegnato a fare progetti, forse è simile anche il rischio paventato dal prevosto per Lecco. Vale a dire che esista una città silenziosa (ma più vera dei comunicati e delle fanfare bipartisan) intenta a muoversi seminascosta tra le pieghe dei maxi progetti, delle grandi opere, del turismo che cambia o dei finanziamenti a sette cifre. Una città più frammentata del passato, un insieme di persone che stenta ad essere ancora comunità e vive forse con un certo disincanto questo capoluogo che si sta man mano legando (con una certa leggerezza) a flussi e dinamiche forse più grandi di lui.
E’ a questa città che la politica dovrebbe parlare. Ma soprattutto dovrebbe avere il coraggio di farlo con il suo stesso linguaggio. Che non è quello dei nastri, dei finanziamenti, degli ordini del giorno sognanti o dei manifesti ironici. In questo senso il prevosto, pur nell’ovvia separazione di competenze, non ha solo indicato un tema. Ha probabilmente anche suggerito un lessico politico.
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