La morte di Bossi e il miraggio di Pontida

Narrano le cronache che nella Francia di Guizot o forse addirittura in quella di Napoleone terzo una celebre nobildonna, durante i ricevimenti con la crème sociale parigina, ricordasse sempre con inconsolabile nostalgia gli anni del Terrore. E che alle repliche sconcertate delle altre dame perché nel Novantatré c’era la furia giacobina, Robespierre, la ghigliottina e le teste dei nobili, dei preti e degli avversari della Rivoluzione cadevano nelle ceste una dopo l’altra davanti agli occhi morbosi delle tricoteuse, la nobildonna replicasse avvampando: “Ma che mi importa? Nel 1793 avevo sedici anni!”.

Aveva ragione lei. Eravamo tutti più giovani, durante il nostro Novantatré. Il 1993 per la precisione. E alcuni addirittura dei ragazzi, quando, alle elezioni regionali lombarde del 1990, all’improvviso, senza che nessuno ne sapesse niente e senza che nessuno avesse capito niente, una sconosciutissima Lega Lombarda aveva preso un clamoroso 19% dei voti. Superando addirittura il Pci, dato ancor più clamoroso. E piazzandosi giusto dietro la Dc in quello che avrebbe poi rappresentato, ma neppure loro se ne erano accorti, il suo canto del cigno. Panico negli studi televisivi. Panico nelle redazioni dei giornali. Al punto che un giovane cronista rampante, destinato poi a diventare celebre direttore, aveva avanzato in diretta tivù il sospetto che probabilmente i dati fossero sbagliati, dimostrando che nessuno aveva colto cosa stesse succedendo nel profondo nord dopo la caduta del Muro e confermando per l’ennesima volta che i giornalisti vivono in una bolla autoreferenziale che non ha alcun contatto con la realtà. Ma questa non è certo una notizia.

La morte di Umberto Bossi, di gran lunga il personaggio più interessante e più significativo della seconda Repubblica, assieme a Berlusconi, naturalmente, ci fa sentire proprio così. È una frattura esistenziale, più che politica. Ne è passato di tempo, da quell’epoca di ire, furori, illusioni e demagogia, di pubblici ministeri occhiuti e di partiti nati dal nulla, di vecchi regimi decrepiti e di leader post ideologici, di raffinatissime geopolitiche alla Gianfranco Miglio e di sgangherate comiziate sui pratoni bergamaschi. Più di trent’anni, quasi quaranta. E noi ne avevamo venti, la tipica età nella quale uno si illude per la prima (e ultima) volta di cambiare le cose, prima che la vita ci pensi lei a metterti al tuo posto a forza di schiaffoni e coltellate nella schiena.

E quindi c’erano quelli che veramente credevano che fosse arrivato il momento di abbattere il regime partitocratico e ministeriale e prefettizio e centralista e consociativo di quelli là e che fosse davvero arrivato il momento delle mille libere patrie, delle autonomie, delle regioni e delle terre profonde, così come c’erano quelli che sinceramente si illudevano che la morsa sindacal-ministerial-familistico amorale dell’Italietta di Crispi e Giolitti, di Carlo Codega, dell’Iri mussoliniana, delle corporazioni, delle protezioni, degli amici degli amici, del mi manda Picone venisse spazzata via dal vento liberista della Thatcher e di Reagan e quindi mercato e merito e rischio d’impresa e gara e individuo, individuo soprattutto, e basta parrocchiette e basta “partiti chiesa” e basta fattori K e basta retorica antifascista e basta “turatevi il naso e votate Dc”, di gran lunga l’uscita più infelice di un gigante come Montanelli. Era arrivata l’era della purezza, l’era del Liocorno, l’era della libertà, innanzitutto.

Che ingenui. Che sprovveduti. Che ragazzini. Che nostalgia, soprattutto, perché mazzette o manette, Di Pietro o Craxi, suicidi eccellenti o maxi processi, avevamo tutti vent’anni e quanto pagheremmo per tornare proprio lì, in mezzo a quel casino, in mezzo al gorgo di fine secolo, proprio lì dove tutto doveva iniziare, dove tutto si doveva ribaltare e dove invece non si è ribaltato un bel niente. Dopo ogni presa della Bastiglia, vera o finta che sia, arriva sempre un Termidoro. Il sistema si chiude. Le caselle tornano al loro posto. Chi comanda, nell’ombra, torna a comandare e chi non conta niente continua a prendersela nel secchio. Come è sempre stato. E come sempre sarà. Anche in quel caso il futuro era passato. E i ragazzi non se ne erano neppure accorti.

Cosa è rimasto oggi degli anni d’oro di Bossi? Ogni tanto uno si volta per cercarli, ma non li trova. Qualche immaginifica parola d’ordine. Aneddoti a non finire sulle sue notti zingaresche. Un cordoglio e una stima unanime a destra e a sinistra, ora e soltanto ora - ipocriti - dopo aver passato tutta la vita a definirlo un analfabeta, un cialtrone, una macchietta, un terrorista. Qualche slogan da sagra dell’alto lago e poco altro. Ossi di seppia. Frammenti abbandonati sulla battigia della memoria. Del suo ideale federalista è rimasto meno di niente, che a guardare la Lega di oggi è l’esatto contrario di quello che aveva in mente lui, ma proprio l’esatto contrario, una roba che fa venire da piangere a ripensare quanto sia stata profonda, totale e definitiva la sua sconfitta. E poi il governo di centrodestra è quanto di più romano e laziale e ministeriale si possa immaginare - tutto quello che il Bossi di fine anni Ottanta odiava a morte, tutto quello che per lui rappresentava il Male - e anche questo nulla c’entra con le ragioni del Nord, che lui, nella sua incultura, nella sua superficialità, ma al contempo nel suo intuito profondissimo, rabdomantico, aveva sollevato e buttato sul tavolo della politica italiana e che poi nessuno ha mai raccolto. E infatti la questione settentrionale è ancora lì che urla e nessuno la ascolta, pronta a esplodere al prossimo giro, chi lo sa?

Povero Bossi, che triste fine. Che malinconica uscita di scena. Questo è il mondo dei Moloch digitali, della dittatura omeopatica degli algoritmi, dei demagoghi planetari da strapazzo, degli ottusi pecoroni del web. Un incubo distopico rispetto al quale Pontida sembra una cosa di mille anni fa. O addirittura un’allucinazione, un miraggio, una leggenda, un sogno del dormiveglia. E forse è proprio così. Forse Pontida non è mai neppure esistita.

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