Durante la campagna elettorale delle comunali di Lecco nel 2010, una Lega piuttosto indebolita dalla caduta della giunta Faggi (e dalla foresta di cattivi pensieri che ne erano seguiti), aveva cercato in ogni modo di spostare la contesa locale sui temi nazionali. Poteva avere senso, in effetti: erano gli anni nei quali la coalizione Pdl-Carroccio valeva da sola quasi il 50% in Italia e il 60% in Lombardia. Così, in linea con la narrazione leghista che dipingeva la sinistra quale propugnatrice di immigrazione clandestina e derive islamiste, comparve a Lecco un curioso manifesto elettorale. “Ecco cosa succede se vince Virginio Brivio”, recitava in buona sostanza lo slogan. Con un bel minareto ad animare lo skyline lecchese, al posto del tradizionale Matitone.La boutade, per la verità, non sortì grandi effetti sul dibattito cittadino. Anzi, allontanò ulteriormente la Lega e il suo candidato Castelli dall’unico terreno di gioco al quale erano interessati gli elettori lecchesi: le opere pubbliche, i rioni, la macchina comunale che si era inceppata.Il resto, peraltro, è storia nota. Virginio Brivio sconfisse già al primo turno l’allora sottosegretario Roberto Castelli (leghista purosangue che era stato chiamato nell’arena, suo malgrado, dal grande capo Bossi).
Sedici anni dopo, il tema dei rapporti con la comunità islamica si affaccia nuovamente (e incredibilmente) sulla scena della campagna elettorale appena iniziata. Il che, a dirla tutta, appare piuttosto sorprendente. A parte il Bione (sul quale, grazie anche alle utili pulci del consigliere Brigatti, l’opposizione sta nel complesso tenendo il punto), ci si sarebbe aspettati che l’assedio al fortino di Gattinoni, almeno da parte leghista, avvenisse sui nervi scoperti del traffico o della sicurezza. Certamente non sulla partecipazione del sindaco alla festa locale del Ramadan. Per carità, chi rileva la contraddizione tra il velo islamico e le battaglie di sinistra a tutela della parità di genere ha tutto il margine politico per annotarlo pubblicamente. Non è questo il punto. Il punto, si direbbe in un film d’azione, è casomai quale possa essere il piano.
Nei giorni scorsi, l’asse tra il leghista locale Carlo Piazza e la consigliera regionale Silvia Sardone (pasionaria delle battaglie anti islamizzazione) ha rivolto una nuova offensiva a Gattinoni, sempre sul fronte dei rapporti con la comunità musulmana. Questa volta, il riferimento è alla frase pronunciata dal sindaco durante la suddetta festa, per cui l’edificio di Corso Promessi Sposi “è ufficialmente riconosciuto come moschea dal Pgt”. Ne sono seguiti affondi social e interrogazioni in Consiglio.
Ribadiamo, le domande della Lega sono legittime, ma non se ne capisce il tempismo o la strategia in termini elettorali. Il Carroccio locale sostiene un candidato, Filippo Boscagli, che tutto è fuorché estremista. Ha una cifra distintiva che - merce rara - parla più di misura ed empatia che non di attacchi sguaiati. Qual è il senso di fargli il controcanto, come se l’accordo sul ticket non fosse stato raggiunto e l’intera coalizione fosse ancora immersa nel limbo degli scorsi nove mesi?E ancora. Le elezioni 2020 hanno detto chiaramente che il centrosinistra ha vinto prendendosi i voti dei moderati, degli oratori, delle associazioni, di un mondo lecchese che vive anche di politiche di integrazione e terzo settore. Qual è il senso di puntare quel tesoretto di voti puntando il dito su temi così divisivi? A meno che, ovviamente, non si voglia blindare il proprio elettorato dall’assalto di Patto per il Nord e Partito popolare del Nord.
Ma allora, ci sia consentito, la questione diventa un discorso di bilancia e priorità riguardo il da farsi. Ha senso tenersi stretto un voto conteso agli autonomisti, per lasciarne sul campo dieci moderati?
Qual è la posta in gioco, alla fine dei conti? Il numero che comparirà a fianco del simbolo leghista o quello che peserà invece la candidatura di Boscagli?
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