La prima volta di Silvio in campo

Era la prima volta che entrava in campo. Un’altra, ancora più fragorosa, sarebbe seguita qualche anno dopo. Ma la vera domanda è: il calcio sarebbe quello che è oggi se lui non avesse deciso di occuparsene?

Quel 20 febbraio di quarant’anni fa, anno di grazia 1986, con Bettino Craxi capo del governo, Andreotti ministro degli esteri e la Juventus che dominava il proscenio del pallone italiano attirandosi gli stessi strali e sospetti oggi riservati all’Inter, oltre alle promesse di primavera, portava con sé i semi di una rivoluzione. Quella del più bel gioco del mondo, in Italia e non solo. La Gazzetta dello Sport di quel giorno usciva con un titolo a caratteri di scatola: “Sì, il Milan l’ho preso io”. Di fianco la foto di un imprenditore noto per aver realizzato il complesso edilizio di Milano 2, ma anche per la fondazione della principale tv privata dell’epoca, Canale 5. Si chiamava Silvio Berlusconi. Aveva già fatto parlare di sé, ma nessuno immaginava allora quanto, nel bene come nel male, si sarebbe detto di lui in futuro. La squadra rossonera era all’epoca una grande in decadenza, che il mitico Nils Liedholm tentava di tenere a galla. Il presidente del club, Giussy Farina, aveva collezionato debiti tanto che Adriano Galliani, braccio destro di quello che era già il Cavaliere, avrebbe rivelato che neppure si pagavano i conti del macellaio di Milanello.

Di lì a poco, i rossoneri sarebbero diventati la squadra più vincente del mondo, raggiungendo traguardi che neppure il più ottimista dei tifosi avrebbe immaginato: scudetti, Coppe di Campioni a raffica (all’epoca per le italiane il traguardo dei quarti di finale era già un di più), trofei intercontinentali. Il tutto grazie a un modello che, oltre alla dovizia di mezzi profusi, si riassumeva nella filosofia del “giocare sempre in attacco, dare spettacolo e fare sognare”. Un’idea positiva di vita. Qualche anno dopo Berlusconi avrebbe applicato lo stesso metodo alla politica, ottenendo i medesimi risultati. Ecco perché, anche chi non lo ha amato, non può negare che dopo l’avvento del Cavaliere in ambiti della vita di tutti giorni degli italiani (la televisione, il calcio e la politica) nulla sarebbe stato come prima. Perché quelli che ammiravano il calcio tutto pressing e attacco di Arrigo Sacchi a prescindere dall’avversario (il Milan è stata la prima squadra, dopo anni, a entrare nell’area di rigore del Real Madrid al Bernabeu), erano gli stessi che si rifacevano gli occhi con le soubrette di Drive In e puntavano a un posto di lavori del milione promesso da Silvio al momento della discesa in campo in politica.

Nel calcio, il presidente del Milan è stato il primo a trasformare quello che era stato in prevalenza uno sport, prima in spettacolo e poi in show business. Non il massimo, sia chiaro, per i tanti puristi. Però si vinceva. E non solo i rossoneri che pure sarebbero stati i più titolati di quell’epoca. Ma anche le altre italiane. Sarebbero arrivati tempi in cui le nostre squadre primeggiavano in tutte e tre le principali competizioni europee. Pensate adesso… Tutto questo perché Berlusconi aveva fatto scuola, insegnato a investire in maniera efficace nel calcio. Prima di lui i presidenti delle società erano dileggiati dalla stampa, come i “ricchi scemi”, quelli che buttavano soldi senza speranza di rivederne neppure una parte e chiedevano ai loro direttori sportivi di comprare “quell’Amalgama di cui si dice abbiano un gran bisogno tutte le squadre”. Con Silvio sarebbe cambiato tutto. Entravano i capitali (tanti), ma investiti con criterio. Il marketing e il merchandising diventavano attività fondamentali per le società calcistiche. E cominciava la vendita dei diritti alle tv, coniugando due branche dell’attività imprenditoriale del Cavaliere, a cui sarebbe seguito il gruppo. Persino il grande Nils Liedholm, tuttora sul pezzo nonostante l’età già avanzata (aveva appena lanciato in prima squadra un ragazzo di 16 anni: tale Paolo Maldini), era diventato superato. E forse se Berlusconi lo aveva esonerato dalla guida tecnica dei rossoneri non era stato solo per una battuta provocatoria (“Presidente capisce di calcio, ha allenato squadra di condominio”). Forse sarebbe successo tutto lo stesso anche senza Silvio. Perché c’erano stati la globalizzazione e la legge Bosman (quella che ci ha regalato gli undici tutti di stranieri del giorno d’oggi) che avevano aperto un mondo chiuso, il calcio, a soggetti economici che prima non avrebbe avuto modo o interesse a entrarci. Ma intanto lui è stato il pioniere. Poi tutti gli sono andati dietro, al punto che Berlusconi è stato divorato proprio dalla sua rivoluzione. Che ha prima esaltato il calcio spagnolo, poi quello inglese. Lasciando noi italiani solo con ricordi e frammenti di grandeur.

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