In ogni giallo che si rispetti, gira che ti rigira, contano solo due elementi: il colpevole e il movente. E non è detto che uno dei due sveli di conseguenza anche l’altro, oppure che l’unico interesse del lettore sia il “chi” e non invece il “perché”, o addirittura il “come” possa essere stata ordita la trama diabolica.
Durante le elezioni provinciali dello scorso weekend, il voto di sindaci e consiglieri lecchesi (votavano solo loro, circa un migliaio) ha riconsegnato ad Alessandra Hofmann il mandato quadriennale di presidente. Una certa dose di amarezza targata centrosinistra ha avuto gioco facile, fin dalle prime ore, a rivolgersi al voto di civici e centristi. Per la verità, si parla di una galassia piuttosto eterogenea che sarebbe stato quantomeno ottimistico veder ricondotta in modo unitario a quella che il segretario dem Manuel Tropenscovino definiva “l’alleanza per il futuro della Provincia”.
In effetti, di conclamato c’era solo l’asse (temporaneo) con Antonio Rusconi e la sua comunità politica, mentre gli aderenti alla civica elettorale del capoluogo, Orizzonte Lecco, (vale a dire i consiglieri Corrado Valsecchi, Giovanni Tagliaferri e Clara Fusi) si erano già ampiamente sfilati dalla partita, annunciando le loro tre schede bianche (che, per inciso, pesavano in termini elettorali quanto interi Comuni al di sotto dei tremila abitanti).
Infine, c’era il pacchetto di Azione, incanalato verso il centrosinistra con tempi e modalità non esattamente euforiche. Insomma, già l’idea di sparare nel mucchio su tre o quattro variabili del tutto diverse tra loro (perché, tra i civici, c’è probabilmente stato pure chi ha votato Hofmann per suoi personalissimi sghiribizzi), fa capire il grado di controllo che il Pd locale avesse sulle dinamiche elettorali.
Sta di fatto che, per qualche giorno, si è dovuto leggere e ascoltare le tirate da sinistra sui franchi tiratori centristi. Ora, a parte il fatto che il franco tiratore è un nobilissimo ruolo politico, un elemento di garanzia del dubbio, di sana autocompensazione dei rapporti di forza in qualunque assemblea.
Peraltro, nella storia italiana - come in quel racconto di Buzzati in cui la triste nenia dei soldati preannuncia un disfacimento militare del tutto inaspettato ai generali – le verità profonde delle rispettive stagioni politiche sono state offerte dai franchi tiratori, non certo dai voti palesi.
Quel “Nano maledetto, non sarai mai eletto” alla tornata presidenziale 1971 chiude simbolicamente le porte alla centralità di Fanfani nel partito.
Nel 1992, il sistematico incenerimento di candidature ufficiali democristiane e socialiste (oltre alla comparsa degli ormai noti catafalchi) decretò la fine della Prima Repubblica quasi prima dei processi di Tangentopoli.
E lo stratagemma di scrivere il nome di Franco Marini in tanti modo diversi quanti erano i partiti di maggioranza nel 2006? Già allora, al primo round del Senato, doveva essere chiaro quale fosse il vento che tirava nell’affollato condominio riformista.
Ecco perché l’attenzione di qualche acuto osservatore si è concentrata - più che sui voti che il centrosinistra “sentiva” di meritare, ma di fatto senza aver mai realmente posseduto - su una certa scheda annullata malignamente con una croce su entrambi i nomi.
Una scheda che rientra nel novero delle 33 del Comune di Lecco. Una scheda che, fatti i debiti conti, non è del centrosinistra. Ma del centrodestra.
Ora, stabilire chi possa aver giocato un colpo così gobbo ad Alessandra Hofmann e al suo entourage, è pressoché impossibile. Girano nomi, come sempre in questi casi, ma sarebbe un po’ troppo azzardato metterli nero su bianco.
Certo è che, nel centrodestra, questa mossa fratricida ha lasciato uno strascico non del tutto assorbito dalla vittoria. Tutto bello, tutto bene, certo.
Ma a Lecco, dove si vota tra qualche mese, c’è qualcuno che si prende la briga di provare a far perdere la candidata unitaria in Provincia? Dentro un centrodestra che sta faticosamente tentando di ricucire strappi e squarci, di smussare gli angoli e fare di un quadro astratto un dipinto re, il segnale rischia di essere tremendo. Forse un messaggio in codice ai candidati in campo (a proposito, sono ancora loro, gli eterni Carlo Piazza e Filippo Boscagli), o magari a chi, come Mauro Piazza, esclude il ritorno ma resta comunque l’unica leadership riconosciuta nell’alveo politico del centrodestra. Insomma, una bella gatta da pelare. L’ennesima, nel tormentato viatico verso l’incoronazione dello sfidante di Mauro Gattinoni.
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