Le proteste in iran non stiamo a guardare

Con impressionante regolarità, e da almeno quindici anni (2009, le proteste del Movimento Verde contro la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad), l’Iran è scosso da proteste che, dalla capitale Teheran, si allargano a gran velocità agli altri centri del Paese. Sta succedendo anche in questi giorni. E come sempre, la repressione del regime si fa pochi scrupoli: almeno una decina di morti finora nelle diverse province.

Ogni volta ci si aspetta un colpo di scena, magari la fine del pessimo governo degli ayatollah. Ma non succede mai, e quindi tendiamo a credere che Alì Khamenei e i suoi fedeli riusciranno anche questa volta a cavarsela. È possibile che ce la facciano. Forse, però, il nostro sguardo è troppo schiacciato sul presente, manca di prospettiva. Forse dovremmo abbandonare la stretta dicotomia repressione-rivoluzione. Se esaminiamo la successione storica delle proteste, vediamo che la contestazione degli iraniani ha colito, ormai, l’intero spettro della politica degli ayatollah. Della rivolta contro il conservatore Ahmadinejad abbiamo detto. Ci sono poi state le manifestazioni ispirate alle Primavere arabe (2011) per chiedere democrazia e apertura, quelle contro la corruzione e il cattivo governo (2017-2018), quelle per la liberazione della donna (2022-2023, Donna vita libertà, innescate dall’uccisione di Mahsa Amini), infine quelle di questi giorni contro lo sfacelo economico. È come se, passo dopo passo, la società iraniana contestasse ogni aspetto dell’ideologia uscita dalla rivoluzione islamica del 1979 e, soprattutto, i suoi disastrosi risultati. Il rifiuto è ormai totale.

La seconda considerazione è che tale contestazione si fa, di anno in anno, più consapevole dei propri mezzi e quindi più audace. Lo slogan che risuona nelle piazze in questi giorni è “Non abbiate paura”. Ci sono stati i morti, le milizie del regime hanno picchiato e sparato come al solito. Ma a Hamedan, nel centro dell’Iran, la folla ha linciato un ufficiale dei Basij, la forza paramilitare che è sempre in prima fila nella repressione delle proteste. Non hanno più paura nemmeno i bazarì, i grandi mercanti che fanno affari intorno al bazar: erano stati il motore politico ed economico della rivoluzione del 1979, oggi marciano con i giovani e la piccola borghesia contro lo sprofondo e il carovita, contro l’idea che un dollaro Usa possa costare 1 milione e 400 mila rial iraniani.

Come si vede, è difficile credere che dietro le proteste degli iraniani, che da lunghi anni chiedono un cambiamento, ci possa essere una regia esterna. Di certo il momento per imprimere uno scossone è stato scelto bene. Gli ayatollah sono in difficoltà come poche volte prima, e non solo per le ragioni di cui sopra: l’Iran è di nuovo minacciato di un intervento armato da parte di Israele, che avrebbe ancora una volta l’appoggio dichiarato degli Usa di Trump; il Paese è piagato da siccità prolungate e da crisi energetiche inedite; e a ottobre sono ripartite le sanzioni decise da Europa e Usa, che ritengono Teheran inadempiente rispetto agli impegni dell’accordo sul nucleare siglato nel 2015. In più, l’apparato militar-terroristico che l’Iran aveva costruito in Medio Oriente, dal Libano a Gaza, dallo Yemen alla Siria, è stato smantellato da Israele con l’efficienza e la ferocia che sappiamo.

Difficile aspettarsi che Alì Khamenei si faccia promotore di un cambiamento. Ma in Iran ci sarà pure qualcuno che sa leggere i segni dei tempi. Chissà se il presidente Masoud Pezeshkian, eletto con fama di moderato, si è accorto di quel che gli è successo intorno. Mentre lui celebrava la memoria del famoso generale Qassem Suleimani, ucciso dagli americani il 3 gennaio del 2020, in altro luogo i giovani ricordavano il generale dando fuoco alla sua statua. Poche ma sentite parole.

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