L’autorità non si rispetta più per la fede ma per la ragione; e le istituzioni in tanto sono rispettate in quanto se ne rendano meritevoli», giudizio espresso nel 1908 da Vittorio Emanuele Orlando (giurista, poi Presidente del Consiglio).
Nell’ordinamento italiano l’equilibrio dei poteri è il pilastro della democrazia. Equilibrio sancito dalla ripartizione - definita da Montesquieu - tra potere legislativo (appannaggio del Parlamento), potere esecutivo (proprio del Governo), potere giurisdizionale (affidato alla Magistratura). In un sistema democratico – quale è quello italiano - l’esercizio del ruolo di garante della ripartizione tra i poteri sanciti dalla Costituzione spetta al Capo dello Stato. Un ruolo tanto importante quanto delicato, che implica sapienza giuridica, saggezza istituzionale, prudenza politica. Questo insieme di qualità è condensato nell’articolo 87 della Costituzione, che enumera le funzioni del Presidente della Repubblica e ne definisce le prerogative.
Il Presidente della Repubblica è il garante dell’unità nazionale e della Costituzione, agendo come “potere neutro”, destinato a equilibrare i rapporti tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Attraverso poteri come la nomina del governo, lo scioglimento delle Camere e la promulgazione delle leggi, assicura la stabilità istituzionale, specialmente durante crisi politiche, operando in piena indipendenza. Nell’ordinamento italiano il ruolo del Capo dello Stato si traduce nella funzione di raccordo e di equilibrio tra le istituzioni dello Stato, esercitata mediante l’esercizio di poteri di specificamente previsti, ovvero attraverso poteri di influenza nei riguardi dell’esecutivo e del Parlamento. Nel corso della storia della Repubblica la figura presidenziale è andata prendendo forma attraverso una trama assai fitta di avvenimenti che hanno trovato soluzioni di volta in volta diverse, ma nelle quali – hanno sostenuto due illustri giuristi - i Presidenti della Repubblica «hanno forgiato i propri poteri e il proprio ruolo in relazione alle domande e alle esigenze che il sistema politico-costituzionale poneva». Questioni rispetto alle quali «la storia del tempo presente evidenzia con quotidiani e pubblici riscontri il ruolo assunto dai presidenti nelle vicende della Repubblica». Sulla base di tale presupposto, il comportamento dei Presidenti della Repubblica è di fondamentale importanza poiché «permette di cogliere il grado diverso di sensibilità» verso la promozione di una coesione nazionale basata sull’equilibrio tra le istituzioni.
Il Presidente della Repubblica ha l’onere di assicurare bilanciamento tra i poteri degli organi dello Stato, al fine di garantire il funzionamento delle istituzioni e la libertà dei cittadini. Tale delicato ruolo è destinato, in ultima analisi, a evitare che chi vince le elezioni possa comandare come vuole. Sotto tale profilo l’azione di Sergio Mattarella è stata costantemente mirata, nel corso del mandato, a vigilare sugli argini della distinzione tra i poteri costituzionali. Ruolo che il Capo dello Stato ha esercitato magistralmente, innanzi alla dura contrapposizione tra Governo e Magistratura, dando l’altolà a un esecutivo orientato a forzare il bilanciamento dei poteri sanciti dalla Costituzione. In merito, la sostanza del ruolo presidenziale è stata individuata in modo esemplare, nel lontano 1955, da Piero Calamandrei (che era stato componente dell’Assemblea Costituente), a giudizio del quale al Capo dello Stato spetta il compito di «intervenire preventivamente a raddrizzare il corso di una politica anticostituzionale per ricordare ai detentori del potere politico e di governo le strade da percorrere». Monito che trova conferma, oggi più che mai, nell’intervento di Sergio Mattarella alla riunione del Consiglio superiore della magistratura. Garbato, come sempre, nella forma ma particolarmente severo nella sostanza.
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