In Italia - nell’Italia della palude, del generone, del ventre molle, del 30% che si sposta di qua o di là a seconda del vento che tira - funziona sempre così.
Arriva uno (o una) nuovo o che dice di essere nuovo o che millanta di essere nuovo o che i beninformati dicono trattarsi di uno nuovo, ma nuovo nuovo, nuovo di zecca, nuovo a cento carati e che sventola il vessillo del cambiamento che adesso basta che la gente è stufa che la gente non ce la fa più che la gente non arriva a fine mese e che è ora di finirla e l’Italia di cui sopra, quella della palude, del generone eccetera eccetera nel giro di un nano secondo si srotola ai suoi piedi e inizia a lustrargli, spazzolargli e leccargli le scarpe.
Ed è tutto un cinguettare, un pigolare, uno squittire e quanto è nuovo quello (o quella) e quanto è bravo e quanto è sveglio e quanto è ganzo e quanto è diverso da quei sepolcri imbiancati che governavano prima - ladri, parassiti, incapaci - e quanto ha le idee chiare, le idee giuste, le idee consone per far finalmente ripartire questo paese che è pur sempre il paese più bello del mondo. E tutti lì, all’unisono, ad applaudire, a incensare, a magnificare, a gorgheggiare sui giornali e nei talk show e nella cloaca dei social, soprattutto, le magnifiche sorti e progressive del nuovo leader, del nuovo capo, del nuovo statista capace di tenere testa agli Usa e alla Russia e alla Cina e di dirne quattro al sindacato, ma anche al padronato, di risvegliare il genio produttivo degli imprenditori, ma anche la fattiva laboriosità delle maestranze, di farsi apprezzare dagli intellettuali organici, ma anche dalle casalinghe di Voghera, dai creativi della moda, ma anche dai maestri dell’artigianato. Che sia di destra, di centro o di sinistra, che sia uomo o donna, poco importa, l’importante è che sia nuovo, nuovo, nuovo!
E che tocco magico e che Re Mida e che visione strategica e che aura di invincibilità, di infallibilità, di irresistibile simpatia popolare, ma anche di autorevolezza professorale. E non ne sbaglia una, il nostro statista, non cicca un sondaggio, non fallisce una mossa, non spreca una parola, insomma, è pronto a governare per i prossimi trent’anni e noi, sempre noi palude, noi generone eccetera eccetera di cui sopra, saremo i primi ad applaudirlo e a sostenerlo nelle ardue e impervie battaglie che lo attendono.
Poi, all’improvviso, il sedicente statista diventa un coglione. Basta perdere un’elezione regionale o provinciale o anche condominiale oppure inciampare nel solito referendum e viene giù tutto. Dai giornali, dai talk show, dai social, da ogni bar, da ogni trattoria, da ogni fiaschetteria, da ogni tinello della palude, del generone eccetera eccetera di cui sopra arriva l’inesorabile e inappellabile sentenza. Il nuovo è diventato vecchio, anche se sono passati solo quattro anni. E il vecchio è vecchio. E il vecchio, in quanto vecchio, ha stufato e va sostituito con il nuovo. Che, come noto, è il contrario del vecchio.
E’ sempre così, nella repubblica delle banane. A un certo punto, ci siamo accorti di quanto era vecchio Craxi e quanto era vecchio Berlusconi e quanto era vecchio Monti e quanto era vecchio Letta e quanto era vecchio Renzi e quanto era vecchio Salvini e quanto era vecchio Conte e quanto era vecchio Draghi. E ora, diciamoci la verità, la verità vera, tra noi palude, tra noi generone, tra noi ventre molle, tra noi infido e mellifluo e fanghiglioso 30% che va di qua o di là a seconda del vento che tira, ma quanto è vecchia la Meloni? Ma quanto è bassa? Ma quanto è cionca? Ma come parla? Ma come strabuzza gli occhi? Ma da dove arriva? Ma come cammina? Ma chi l’ha votata? La Meloni chi?
Non c’è niente da fare. Questo paese ha una capacità inesauribile di far trascolorare ogni cosa, in particolare ogni cosa della politica, della politica politicata, nel grottesco. Non si riesce mai a stare saldi nel registro della serietà, o anche in quello della drammaticità. Ogni cosa diventa subito una farsa, una sit-com, una pochade, anche quando saltano i ministri o si tagliano le teste dei cortigiani del grande capo. Ma la cosa più spassosa, e anche la più deprimente, è che non è tanto colpa della politica in quanto tale, che sarà pure scarsa quanto vogliamo, ma solo e soltanto nostra. Del nostro riflesso condizionato di affidarci ogni volta al salvatore della patria, al grande condottiero, la papa nero al quale non vediamo l’ora di sbolognare tutte le responsabilità, ma proprio tutte, tutte tutte, anche quelle che in realtà competerebbero a noi, alla cosiddetta società civile, concetto che in un paese come questo assomiglia sempre più a una barzelletta, visto che non è altro che un groviglio di corporazioni, rendite di posizione, familismi amorali, sottoboschi ministeriali, bonus, clientele, amici degli amici, cerchi magici, salotti, terrazze, mi manda Picone e albertosordi al seguito. Insomma che ci pensasse lui (o lei), facesse un po’ come crede, basta che ci permetta di andare avanti a farci gli affaracci nostri. E se c’è da fare debito, facciamo debito. Tanto qualcuno pagherà.
E come potrebbe essere altrimenti? Nessuno sfugge alla propria storia. E se la nostra storia narra di duemila anni durante i quali siamo stati invasi da tutti, ma proprio da tutti, dai Visigoti ai Borboni, dai Lanzichenecchi agli austroungarici e durante i quali non abbiamo mai finito una guerra con gli stessi alleati con i quali l’avevamo iniziata e abbiamo fatto gli sguatteri di tutti, gli scendiletto di tutti e, soprattutto, ci siamo messi d’accordo con tutti, quale spina dorsale civica potremo mai esibire? Appena il potente cade, si becca subito il suo “piazzale Loreto”.
Un gigante come Churchill, che ci disprezzava come nessuno al mondo, alla fine della guerra pare abbia coniato il seguente formidabile aforisma: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni di antifascisti. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…”. Qualcuno lo dica alla premier, così si prepara.
@DiegoMinonzio
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