Nessunosopravvivealla mortedi un figlio

In una delle scene più toccanti di “Jesus Christ Superstar”, iconico film del 1973, passato alla storia soprattutto per la clamorosa colonna sonora firmata da Andrew Lloyd Webber e interpretata da cantanti eccezionali quali Ted Neeley e Carl Anderson, Gesù, oppresso dall’incombente senso della morte che si avvicina, incontra un gruppo di lebbrosi.

Questi e non solo loro, in verità, perché nella massa c’è ogni altro di tipo di malato: ciechi, sordi, storpi, mutilati, deformi, appestati, emarginati ai confini della città proprio per la loro condizione di reietti. E tutti quanti chiedono pietosamente al Salvatore di guarirli. E si avvicinano, a gruppi, a schiere, a torme e lo implorano, lo pregano, lo spingono, lo accerchiano e sono talmente tanti, talmente assembrati che a un certo punto Gesù si sente soffocare e gli chiede, anzi, gli urla disperato e minaccioso, di andarsene, di lasciarlo stare, di guarire da soli. Quei malati sono troppi anche per lui. Anche il figlio di Dio è impotente. Non può farsi carico di tutto il male del mondo. È questa la sua sconfitta più nera e definitiva, che lo rende così umano nella rivisitazione dei Vangeli offerta da un musical hippie figlio degli anni Settanta, ma talmente emozionante da essere ormai un classico della nostra cultura.

Più il dolore diventa diffuso, universale e stratificato più rende l’uomo lontano e insensibile, portandolo ai limiti dell’indifferenza. L’uomo, l’uomo comune, sa che non può farci nulla, che troppe sono le morti, le sofferenze, le ingiustizie, estese in ogni luogo, in ogni dove e in ogni tempo, troppo ricorrenti, troppo quotidiane e soprattutto troppo lontane da sé per esserne veramente coinvolto. Non è quello che ci capita tutti i giorni? È il caso singolo, invece, il caso unico, quello che ti colpisce, quello che ti fa star male davvero, quello nel quale ti identifichi, nel quale vedi te o un tuo caro. Un tuo figlio, soprattutto. In quel caso vedi te stesso. Quel caso, quel caso singolo, quel caso unico, sei tu. Tu e soltanto tu.

È questa la ragione più profonda della gigantesca, commovente ondata emotiva che ci ha colto ieri alla notizia di Domenico, il bambino napoletano di due anni morto dopo l’incredibile vicenda del cuore non trapiantabile per un caso talmente assurdo e vergognoso di malasanità da essere destinato a passare alla storia. C’è qualcosa di più crudele? Qualcosa di più insensato? Di più inaccettabile, di più disumano, di più ingiusto? Chi di noi non ha visto il proprio figlio in quel bambino o il proprio nipote o se stesso a quell’età e chi di noi non ha immaginato cosa avrebbero provato lui con il suo di figlio o i propri genitori se fosse stato lui quel bimbo vittima della stupidità, della sciatteria o, più facilmente, del caos che governa questo vecchio sasso? C’è da buttare via la testa.

Eppure ne muoiono di bambini nel mondo. Tanti e tanti. A decine, a centinaia, a migliaia, ogni giorno, per tutto il giorno, di fame, di guerra, di malattia, di violenza casalinga, dolosa, colposa o occasionale. Una foresta cedua di piccoli esseri umani pronta a essere falciata a tutte le ore. E perché, allora, di questi non ci facciamo carico? Cos’hanno di meno questi poveri bambini nei quattro angoli del pianeta rispetto al povero Domenico? Quanti innocenti sono morti ieri in Afghanistan? E quanti in India? E quanti in Ucraina? E quanti nel Sud Sudan, perché lì, nella più dimenticata delle guerre e nella più dimenticata delle carestie, ne spirano ogni minuto a frotte, a mandrie, a vagonate? E quanti ne sono caduti a Gaza? E perché di tutti questi, diciamoci la verità, non ci interessa niente o ci interessa poco o ci interessa il giusto? O ci interessa solo per un attimo - a parte Gaza, dove però ci importa non tanto dei bimbi, ma del fatto che è tutta colpa di quei porci di israeliani, anzi, di quei porci di sionisti, anzi, di quei porci di ebrei, tanto per parlarci chiaro - mentre invece di Domenico ci interessa così tanto, ci sconvolge così tanto, ci devasta così tanto? In fondo è “solo” un bambino. Gli altri bambini morti sono cinquemila, diecimila, centomila. Non è così, forse? Perché per loro non piangiamo?

Forse perché facciamo schifo, può essere. Forse perché pensiamo solo a noi stessi o a coloro che sono identificabili con noi stessi, anche questo ci sta. Forse perché il buon Dio ci ha creato male. O forse, più semplicemente, perché, a un certo punto, in ognuno di noi scatta un meccanismo di autodifesa, di scudo genetico, di sopravvivenza nei confronti dell’orrore della vita. Che è troppo, che esonda e straborda e avvolge ogni cosa. Nessuno può farsi carico di tutto il male dell’esistenza, neanche la persona più dolce, più pura, più altruista, più solidale. Nessuno può caricare sulle proprie spalle ogni benedetto giorno la massa gigantesca di morti, violenze, ingiustizie, stupri, massacri, carestie, incidenti stradali, annegamenti, malattie, cancri, hospice e umiliazioni e fame e povertà e depressioni e umiliazioni e tutto il resto che vi viene in mente. È troppo. È disumano. È insopportabile. È intollerabile.

Nessun uomo può reggere un peso del genere e se solo ci provasse ne rimarrebbe schiantato, una cosa da buttarsi sotto un treno o giù da un terrazzo. E così l’uomo, ogni uomo, ogni povero uomo gettato nell’esistenza senza capire come né per quanto né perché non può fare altro che rinchiudersi nel suo guscio, nella sua piccola stanza, nel suo minuscolo cortile, nel suo insignificante microcosmo, difendendo innanzitutto sé, se stesso medesimo e quei pochi, rari e fragili affetti che lo circondano. Tutto il resto, compresi i diecimila bambini morti chissà quando e chissà dove e chissà perché, li lascia fuori dalla porta di casa. Alla fine noi, noi uomini piccoli piccoli, finiamo con l’abituarci, abituarci anche a questo, abituarci a tutto - “a tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo”, scriveva Dostoevskij - perché questo è l’unico antidoto per poter sopravvivere.

Domenico, invece, è come se fosse figlio nostro. E nessuno può “sopravvivere” alla morte di un figlio.

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