Editoriali / Lecco città
Lunedì 18 Maggio 2026
Poche idee originali, decisiva l’affluenza
Domani sera, martedì 19 maggio, la ciurma di Enova depone le armi e pur seguendo la cronaca spicciola della campagna elettorale verso la conquista del Palazzo Comunale lascia il palcoscenico, le penne e i pollici dopo aver seguito l’avventura dei 400 candidati, minuto per minuto.
Nostro dovere, ci mancherebbe, e nessuna pretesa di medaglia, ma l’ambizione di aver contribuito a un’informazione chiara laddove forse gli stessi partiti non sono riusciti. A una settimana dal verdetto, salvo il probabile ballottaggio, proviamo a tirare le somme in pillole, visto che i numeri li lasciamo alla cabina.
La prima osservazione non può non riguardare l’interrogativo sulla partecipazione che, vedendo l’aria che tira, non ci sembra promettere processioni in fila indiana: il trend indicato dal recente referendum sembra già dissolto così come l’emergenza riformistica sulla giustizia ormai è inghiottita dai plastici su Garlasco di Vespa, al quale non è parso vero di rinverdire gli effetti speciali di Cogne.
Tornando a noi, non possiamo non ribadire la mancata effervescenza di un dibattito venuto meno alla verve che lo dovrebbe caratterizzare. Ci arroghiamo perciò il merito di interpellare, a favor di platea, i cinque candidati sindaci domani sera, consapevoli che non scopriremo l’America e neppure la ricetta miracolosa per togliere il traffico dalla città.
Fatto salvo che in queste notti siamo rimasti con le suole delle scarpe incatramate per un’asfaltatura che avevamo invocato per anni. Niente di nuovo sotto il sole: abbiamo conosciuto un assessore ai Lavori Pubblici comasco, ora scomparso, che in odore di elezioni guidava letteralmente la carovana dei mezzi che annerivano le strade fino alla sua villa. Non vogliamo fare la parte dei menatorrone e avremo tempo, spazio, strumenti per scandagliare la nostra amata Lecco comunque vadano le consultazioni e capire quale destino ci spetti.
Di sicuro abbiamo imparato che la sicurezza, la viabilità, il Bione, l’attenzione ai quartieri, l’educazione della comunità, il Manzoni sono patrimonio condiviso e che in fondo si tratta di un confronto fra ricette con ingredienti canonici, visto che la fantasia non l’ha certamente fatta da padrona.
Mi è sembrato in sostanza di assistere a una progettualità poco ambiziosa e lungimirante: non si pretendevano vasti programmi e piani quinquennali ma nemmeno un’affastellata lista della spesa. Sono andato con la memoria ai decenni scorsi e, per onestà, non è che abbia trovato l’Eldorado e neppure la città del futuro, ma certamente un’attenzione e una partecipazione che garantivano almeno la sintonia tra elettori ed eletti.
Capitando, come ogni giorno d’incontrare concittadini nelle piazze e nel cuore di Lecco, la domanda unica è: “Chi vincerà?”. E noi rispondiamo: “Chi vincerà?”, sia perché i pronostici non li facciamo più neanche per le partite di calcio, sia perché la sola certezza che coltiviamo è che l’esito è legato strettamente al numero dei votanti. I gusti personali contano poco se non per dire che nessun candidato mi fa impazzire e che mi auguro che ciascuno abbia la consapevolezza dei propri limiti e si doti di una squadra di competenti non pescati necessariamente secondo i criteri della fedeltà e dell’amichettismo.
Sono certo che in città ci siano e siano disponibili figure di spicco che possono dare il famoso “quid” che magari manca singolarmente ai candidati. Le grandi questioni, quelle che chiamano Lecco a guardare oltre i ponti, s’intrecciano con i problemi spiccioli e non pretendo che il sindaco sia architetto, ragioniere e capomastro, ma neppure che si vesta da prezzemolino con la fascia tricolore e passi con disinvoltura dal 25 aprile al compleanno dei centenari. Occorre farsi riconoscere per le opere e non mostrare la faccia e l’abito della festa perché di sicuro non ci aspettano anni di gala, ma di quel lavoro sodo che ai lecchesi non ha mai fatto paura.
Ultimo pensiero, per ora: se è vero come crediamo che in campo non giochino né Maradona né De Gasperi, il vincitore sappia sin d’ora che non conta puntare alla Champions, ma che talvolta la salvezza, specie in tempi grami come quelli attuali in ogni angolo della terra, è un risultato rassicurante, purché non la si celebri con la banda e i pennacchi.
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