Un plotone di candidati e un piccolo esercito di firmatari, raccolti come un ago in un pagliaio, hanno interrotto quella sorta di diserzione civile e politica che va caratterizzando il nostro tempo, qui e altrove.
Qualche numero torna utile per comporre il mosaico e farci una ragione dello stato di salute di una democrazia pur sempre incompiuta, se non malata. La platea dei potenziali consiglieri di Lecco sfiora quota quattrocento: tabelline alla mano, ma vanno bene anche le spanne, ciò significa che se ci si affidasse all’algebra per spartire il consenso, a ciascuno toccherebbero quasi 100 preferenze. Ma solo sulla carta, ovviamente, perché poi le cabine subiranno l’assenteismo di sempre e le quote sono destinate a ridimensionarsi. Va da sé che l’exploit referendario è stato un focherello.
Da qui la gara per le preferenze, una sfida all’ultimo voto che anche nel passato ha regalato esiti sorprendenti. Un esempio su tutti: nel 1970 il segretario della Dc Giuseppe Resinelli, poi sindaco, restò escluso, per tacere del caso più clamoroso di Ezio Citterio di Lomagna che volle a tutti i costi partecipare alla contesa raggranellando in città 44 preferenze che gli valsero l’ultimo posto. Un anno dopo fu premiato con un seggio a Montecitorio. Si era accreditato vantando 12 anni di insegnamento al Parini e tre anni, non gloriosi, di presidenza delle Acli. Al contrario, pesco dalla memoria un episodio che mi riguarda: il compianto Guido Puccio mi chiese di entrare in lista pur sapendo che non ero ancora uno scudocrociato e gli proposi Maurizio Bario, ex direttore di Api, che faceva parte di un gruppo da me fondato (chiedo scusa per l’ampollosità del verbo) e che dimorava nella parrocchia di San Francesco. Volevo misurarmi con gli apparati di partito. Il risultato? Bario ottenne quasi 500 preferenze e divenne capogruppo della Dc a 25 anni. Un exploit che non ha trovato emulazione se pensiamo che Antonio Rossi, il più votato la scorsa tornata, di voti personali ne ha presi circa 500. Per onestà procedurale va detto che il regime di allora prevedeva la possibilità di indicare quattro nomi sulla scheda.
Ne trassero sommo beneficio la quadriglia di CL nel 1975 e nel 1986 un analogo poker guidato da Mauro Fumagalli, ora candidato sindaco con Orizzonte. Come dire che le vie per approdare in Consiglio sono molteplici e che ora il peso dei partiti si è quasi dissolto e ciascun rema per sé, ricorrendo ai vecchi schemi del citofono, del mercato, del passaparola, del conoscente divenuto amico fidato, dei parenti serpenti non più velenosi, dei colleghi e dei compagni di scuola magari visti l’ultima volta il giorno della maturità.
Un modus operandi collaudato che venne spacciato per rivoluzionario dallo stratega di Obama Mike Moffo, atterrato in Italia per indicare la via al Pd lecchese e al candidato Brivio. Classico esempio della scoperta dell’acqua calda: Virginio non divenne certo sindaco per le dritte a stelle e strisce. Stiamo forse giocherellando, ma sui dati non sulle tre carte, e va da sé che la mobilitazione di queste settimane merita rispetto anche se non ci si deve illudere che sia il viatico per un ritorno della partecipazione. Sapete come la immaginava il vicesindaco di Milano Andrea Borruso, democristiano e ciellino, negli anni Ottanta? «Il massimo della democrazia sarebbe di poter discutere del bilancio comunale con tutti i milanesi sotto una quercia». A Lecco purtroppo ci dobbiamo accontentare dei tre pini domestici di piazza Garibaldi, fratelli di sangue di Spelacchio, l’albero di Natale di Virginia Raggi.
Nell’assalto alla diligenza dei passanti per strappare una promessa, raramente mantenuta, con automatica consegna del santino, si è passati da questo metodo fai-da-te alla stagione dei manifesti con faccione a quella dei Caroselli in Tv, alle pagine a pagamento sui giornali per finire con i post a tambur battente sui social. Ora si assiste a un riflusso, a un ritorno alle origini e la carovana di uomini e donne in pista si è accorta di quanto valga una stretta di mano, uno sguardo negli occhi, la credibilità di chi le promesse le sa mantenere.
E’ merce che non si vende al mercato, anzi: nella città del ferro è tutto oro che cola. Tutti in marcia allora, sempre che un tamponamento non vi costringa a un’ora in auto da Rivabella a corso Martiri.
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