Proposte elettorali e grandi incompiute

Il copione dei candidati sindaco e dei partiti per la conquista del Palazzo Comunale, impropriamente ribattezzato Bovara, è ormai scritto e mandato a memoria e si fatica davvero a trovare differenze nei programmi, persino nello stile. Certo, l’urgenza delle questioni sul tappeto omologa le diagnosi: ma le terapie? Con i miei colleghi Lorenzo Bonini e Stefano Spreafico proviamo a industriarci, ingessati nella par condicio, per trovare spunti che stimolino la nostra platea di utenti che è poi una bella fetta dell’elettorato.

Manca meno di un mese all’appuntamento che per noi è cadenzato da incontri, interviste e commenti con l’obiettivo di essere chiari, oggettivi e il più completi possibile. Dalla mia lunga esperienza e conoscenza della cosa pubblica ricavo spunti da offrire all’attenzione del circolo del cantun di ball, ma soprattutto di chi sarà chiamato a governare. A dirla tutta, girando tra i gazebo incontro figure appassionate e volenterose ma a volte mi sembrano una muta di cani da tartufo con la sinusite. Son tutti lì, a distanza di un tiro di schioppo l’uno dall’altro per scovare lo stesso fungo, quando si sa che i veri cercatori hanno i loro posti segreti e inaccessibili agli altri.Mi pare tra l’altro che ai più sfugga che Lecco è il capoluogo della provincia, ruolo che attira su di sé questioni che vanno oltre il singolo parcheggio o il senso unico. Provo a snocciolare qualcuno dei nodi irrisolti da lustri e ormai divenuti cronici come certe forme di appendicite, affiorate da bambini e portate, silenti e dolorose, fino alla bara.

La prima incompiuta che mi salta in mente è il Palazzo di Giustizia, quello storico a lago tra piazza Affari e piazza Garibaldi: nei primi mesi di giunta Gattinoni nel 2020 l’allora onorevole Gianmario Fragomeli aveva accusato pubblicamente l’amministrazione Brivio di lentezza sulla realizzazione dell’ultimo lotto. Orbene, quasi sei anni dopo abbiamo un cantiere ancora aperto, una variante, definita modesta dalla stessa assessora Sacchi, che ha bloccato per quasi due anni i lavori, con il problema dei parcheggi irrisolto e peggiorato con la veemente eliminazione degli stessi anche in quella zona.

A proposito: ci si chiede dove sia sparito quel deus ex machina che chiamavano Frago, ora scaduto a Fragolino volato via come uccel (o frutto) di bosco senza lasciar traccia. Sia chiaro: sento odor di negligenza, non puzza di bruciato. E a tal proposito, con quattro falcate di quand’ero mediano di spinta, m’imbatto nella nuova caserma dei vigili del fuoco a Rivabella. A dieci anni dall’individuazione quasi unanime della nuova localizzazione nella vecchia area delle giostre (che giace tristemente vuota e piena di erbacce) non si vede nemmeno l’ombra di un idrante. Qui la par condicio la fa da padrona: le dichiarazioni di imminente avvio dei lavori sono equamente distribuite fra le forze politiche ad ogni livello. Che sia la festa di santa Barbara, la visita del sottosegretario di turno, l’avvicendamento rituale del comandante regionale, il via al cantiere viene dato per certo per il semestre successivo. In questa disciplina dell’annuncio, l’alloro spetta al consigliere regionale Giacomo Zamperini. Che un corpo così essenziale dimori dopo 30 anni di Provincia in una sede obsolescente come quella del Bione grida vendetta e dovrebbe balzare ai primi posti delle priorità, cari apprendisti sindaci.

Vada pure che non c’è il due senza il tre e seguiamo il corso del fiume per incontrare la regina delle incompiute, la nostra fabbrica del Duomo, quella Lecco-Bergamo che serve ai lecchesi e ai valtellinesi per raggiungere in tempi decenti, mete fondamentali, autostrade e aeroporti per evitare di buttar via giornate per poche decine di chilometri. Obietteranno i nostri lettori e telespettatori: ma sono opere dello Stato, che c’azzeccano i nostri amministratori, già affannati di loro? Non chiedo certo loro di sostituirsi allo Stato, ma semplicemente, specie dalle stanze del capoluogo, di assumere quel ruolo di pungolo e monitoraggio con Provincia e Regione, (di quest’ultima è giusto riconoscere il costante impegno del sottosegretario Mauro Piazza). Lo scaricabarile non aggiunge un metro d’asfalto, ma la memoria ci permette di ricordare come la madre della “Salerno-Reggio Calabria” di casa nostra sia la mancata galleria di Calolzio avversata da interessi locali all’alba del secolo. Insomma, spesso s’invoca il “pensar grande” ed è, nel villaggio globale, un requisito che dovrebbe caratterizzare una città come Lecco. Non una Lecco grande, ma una Grande Lecco, come recitava lo slogan del pennello ‘Cinghiale’ che ha imperversato per decenni nell’indimenticato Carosello.

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