Editoriali / Lecco città
Lunedì 02 Febbraio 2026
Salvini-Zaia: le due visioni inconciliabili nella Lega
Lo scontro tra Matteo Salvini e Luca Zaia ha aperto all’interno della Lega una grave frattura che impone una seria riflessione sull’identità di un partito che, da tempo, non è più quello delle origini. Risulta evidente che Salvini e Zaia rappresentano due linee strutturalmente incompatibili per conciliare le quali sarà necessaria una sintesi che la ventilata scissione di Vannacci dovrebbe rendere più agevole consentendo al partito di ritrovare le proprie ragioni fondative. Nata con lo stigma di “partito di lotta e di governo”, la Lega di Umberto Bossi guardava al territorio, ai ceti produttivi, alle autonomie locali, al buon governo dei sindaci, al Nord del paese di cui Bossi magnificava le affinità con la Baviera.
Di contro, per rilanciare un partito ridotto ai minimi termini, Matteo Salvini ha conferito al partito una spiccata vocazione nazionale caratterizzata da una crescente radicalizzazione del linguaggio. La scelta di candidare un personaggio singolare come il generale Vannacci rappresenta l’approdo finale di un percorso che non si limita più a coltivare il mito del Nord produttivo che si contrappone fieramente a un Mezzogiorno parassitario. La Lega del “Capitano”, infatti, ha abbandonato il mito della “Padania” per rivolgersi alla nazione utilizzando, attraverso i social, una comunicazione muscolare, radicale e identitaria, molto vicina allo stile di Giorgia Meloni. Con Salvini scompare la dicotomia localismo-centralismo tanto cara al prof. Miglio che aveva contribuito a fornire le basi teoriche ad un movimento poujadista stanco di pagare le tasse a “Roma ladrona”. Sembra un’epoca lontana eppure tutti ricorderanno il primo governo Berlusconi, gli insulti di Bossi a Gianfranco Fini, l’urlo lanciato a Pontida “con i fascisti, mai!”.
Oggi quella Lega oggi non esiste più. La Lega di Salvini non nasconde le proprie simpatie per Putin, si dichiara sovranista, si batte contro gli immigrati, propugna severe politiche securitarie, intercetta la rabbia xenofoba dei nuovi poveri, baccaglia contro la magistratura “buonista”. La virata a destra risulta netta, evidente, inequivocabile: talora, perfino più a destra della vera destra.
A fare da contraltare a Matteo Salvini oggi c’è Luca Zaia che tende ad incarnare i valori originari del movimento. Zaia rappresenta la concezione di un partito territoriale che vuole riprendere il filo del federalismo, del pragmatismo, della competenza, dell’accoglienza imposta dalla necessità di capire le esigenze del sistema produttivo: l’inverno demografico obbliga il paese a valorizzare gli immigrati, non a disprezzarli.
Luca Zaia, pertanto, non parla di remigrazione, non utilizza il linguaggio bieco del Capitano, non si abbandona all’insulto e sa rendersi simpatico anche agli avversari che lo apprezzano per i modi cortesi e per l’ironia mite, bonaria e inoffensiva. In questo senso, l’ex presidente del Veneto rappresenta un “unicum” che si pone in netto contrasto, sia con Umberto Bossi che Matteo Salvini. Lo scontro in corso all’interno della Lega non rappresenta, pertanto, lo scontro tra due personalità ma certifica l’esistenza di due visioni confliggenti e inconciliabili. Questo crocevia obbligherà Matteo Salvini ad accettare obtorto collo una correzione di rotta che l’eventuale uscita del generale Vannacci renderebbe più agevole e meno indigesta. È’ di questi giorni, infatti, la notizia che lo scorso 24 gennaio Vannacci ha depositato presso l’ufficio elettorale del Viminale il simbolo del suo nuovo partito, “Futuro Nazionale”. Paradossalmente, per la Lega l’uscita del generale potrebbe rivelarsi salutare. La leadership di un uomo come Zaia servirebbe al partito per archiviare definitivamente una stagione che stava conducendo il partito a una pericolosa deriva, spesso caratterizzata da scelte incomprensibili come, ad esempio, il ponte sullo Stretto che, anche alla luce degli ultimi accadimenti, resta un progetto faraonico, abnorme e privo di senso.
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