Stragi in mare le denunce cadute nel vuoto

Settimana scorsa è stato pubblicato un nuovo rapporto congiunto, realizzato dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia e dall’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani. Relativo al periodo 2024-2025, ribadisce fatti molto gravi, già noti ma rimasti senza risposta: gli abusi contro migranti e rifugiati sono diventati parte di un modello economico strutturato e improntato allo sfruttamento.

Le violenze includono arresti e detenzioni arbitrarie in luoghi illegali tra sovraffollamento, torture, estorsioni, lavoro forzato e, per le donne, ricorrenza di molestie e sparizioni dopo «prelievi» notturni; migliaia di persone vengono intercettate nel Mediterraneo centrale con metodi pericolosi e ricondotte forzatamente in Libia (21.762 nel 2024, 27.116 l’anno scorso) nonostante il Paese non sia considerato sicuro per lo sbarco, anche da sentenze di Tribunali italiani. Il rapporto evidenzia poi l’esistenza di reti di trafficanti, talvolta collegate ad attori statali, che traggono profitto da pratiche quali il lavoro forzato, la schiavitù e la violenza sessuale. Come se non bastasse, tra il 2024 e il 2025 nel Paese del Nord Africa sono state scoperte fosse comuni con corpi di migranti.

«Meglio il Mediterraneo dei lager» ha detto una persona sopravvissuta all’ennesima strage in mare che si è consumata nei giorni di Pasqua: come darle torto? Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sono 683 le vittime o i dispersi sulla rotta centrale del «Mare Nostrum» da gennaio a sabato scorso. Nello stesso periodo, i migranti intercettati in acqua e riportati in Libia sono stati 3.518, di cui 3.173 uomini, 244 donne, 70 bambini e 31 persone di genere non identificato. Si può liquidare questa immensa tragedia con la cinica considerazione «se la sono cercata» ma non sarebbe degna di una politica seria che sappia coniugare umanità e regole. Le migrazioni non sono più un’emergenza ma a un fenomeno strutturale, caratteristico di un’epoca segnata da guerre, violenze diffuse e gravi squilibri economici anche all’interno degli Stati. Sempre secondo l’Oim, le vittime nel Mediterraneo sono oltre 30mila negli ultimi dieci anni.

I respingimenti verso la Libia ci riguardano anche perché con quel Paese l’Italia ha siglato un memorandum nel 2017, con durata triennale e rinnovo automatico, che fornisce finanziamenti, mezzi navali, addestramento alla Guardia costiera libica per intercettare i migranti in mare e prevede la creazione (inattuata) di centri di accoglienza temporanei in Libia. Come è possibile che le denunce dell’Onu sui crimini nei lager siano rimaste senza seguito in tanti anni? Per altro un memorandum simile è stato poi siglato con la Tunisia, un’autocrazia dove la situazione dei «respinti» è altrettanto grave. La politica di esternalizzazione delle frontiere ha costi economici (6 miliardi fra Tripoli e Tunisi in anni recenti) e risvolti etici, consegnando a condizioni di detenzione disumane persone che non hanno commesso alcun reato penale, se non cercare esistenze migliori rispetto a quelle molto precarie, quando non a rischio, che si lasciano alle spalle. Peraltro nel 2026 sono 6.175 i migranti finora approdati sulle coste italiane, in calo rispetto all’anno scorso quando nello stesso periodo furono 9.399, secondo i dati del ministero dell’Interno. Numeri gestibili, non un’emergenza. Eppure in Italia sono state approvate disposizioni che complicano quando non vietano il soccorso in mare da parte delle navi umanitarie, che agiscono pur sempre in assenza di interventi degli Stati se non in prossimità delle coste e non sempre.

L’asilo in Europa è un diritto fondamentale basato sulla Convenzione di Ginevra del 1951, che protegge chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure il 10 febbraio scorso il Parlamento di Bruxelles ha approvato norme che modificano il concetto di «Paese terzo sicuro» facilitando per gli Stati dell’Ue la dichiarazione di inammissibilità delle richieste di asilo senza esaminarle nel merito e permettendo di eseguire trasferimenti forzati di persone verso Paesi con i quali non hanno alcun legame o attraverso i quali verranno «transitati» verso destinazioni insicure. Non solo: la grande tragedia delle stragi nel «Mare Nostrum» continua a non essere affrontata.

La Chiesa cattolica viene ingiustamente accusata di essere «buonista» sulle migrazioni: chiede invece di coniugare regole e umanità. Non di «accoglierli tutti», per quanto accolga molti stranieri nelle sue strutture e se ne prenda cura attraverso le Caritas diocesane, a vantaggio dello Stato, gli stessi enti che sostengono decine di migliaia di italiani in povertà. Monsignor Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes della Cei, a proposito delle tragedie di Pasqua nel Mediterraneo, ha fatto notare che «si pensa a un corridoio umanitario nello Stretto di Hormuz per far passare le merci, non invece alla tutela delle persone», proponendo poi agli Stati europei di lavorare con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati per tutelare le persone in campi profughi in Africa. E invece vengono consegnate ai lager libici.

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