Non ho orecchio. Il pentagramma non è mai stato nelle mie corde. Il primo a scoprirlo fu mio padre, che tra le sue passioni contemplava il calcio e la musica classica e avrebbe voluto che lo seguissi. Sul primo fronte l’ho deluso solo perché detestavo gli allenamenti mentre districarmi fra Mozart, Bach e Beethoven è come pretendere che un bagnino di Rimini guidi una spedizione sul K2.
Svanita quell’opportunità, ho continuato nella mia ignoranza sesquipedale e ancora oggi non solo non saprei distinguere i Beatles dai Rolling Stones ma forse cadrei tra Vivaldi e Morricone. Va da sé che il Festival di Sanremo mi attira come la Parigi-Dakar dei camion. So chi ha vinto quest’anno, ma non so che faccia e che voce abbia. Ma una certezza la conservo: fossi la giuria darei il primo premio ogni anno all’immortale Azzurro, scritta dall’avvocato Paolo Conte e cantata dal re degli ignoranti, quel Celentano che ha scelto di vivere sulla collina di Campesone, fra il monte Barro e i laghi brianzoli. C’è un verso che di questi giorni non riesco a togliermi dalla testa: è quel “treno dei desideri” che grazie ai miracoli olimpici, dove i soldi fioccano come la neve, per due settimane ha illuso i pendolari di essere su Marte. Persino andare e venire da Milano per studio e lavoro è sembrata loro una pacchia.
Un treno ogni mezz’ora, la promessa, per una volta mantenuta. Detta con affetto, è una sorta di trionfo, a scoppio ritardato, del principe dei binari, quel Filippo Boscagli che, se palazzo Bovara fosse una stazione, diventerebbe il capo per acclamazione.
Un milione di passeggeri ha il valore di una medaglia d’oro e i convogli che hanno fatto la spola fra Milano e Tirano, collegando aeroporti e alberghi con i campi di gara di Bormio e Livigno potranno un giorno dire: “noi c’eravamo”. Sulla nostra tempestosa linea, terra di ritardi e di moccoli, i treni hanno viaggiato senza soluzione di continuità ogni trenta minuti, quasi come quella metropolitana leggera per anni auspicata fra Lecco e il circondario dal bancario demoproletario Pierfranco Mastalli.
Si può fare, l’han toccata per mano. E ora, care Ferrovie, è difficile darsela a gambe. A chiedere che lo straordinario diventi ordinario – e non solo che i treni partano in orario – è un coro a più voci: cito la presidente della Provincia Alessandra Hofmann, una civica di centrodestra e con lei il radicale tiranese Benedetto Della Vedova, parlamentare da una vita con cambi e scambi non proprio ferroviari. Più treni per tutti è uno slogan che mette d’accordo il turista con il pendolare.
La risposta sanremese la sento già: si può dare di più, ma costa tanto, troppo. D’altronde i giochi olimpici non si tengono ogni anno e gli utenti lecchesi e brianzoli non sono americani o polacchi da stupire con la velocità della luce.
Sono convinto che l’eredità olimpica più apprezzata da chi vive e lavora fra la Madonnina e la Stelvio sarebbe proprio quella di avere un servizio di trasporto su ferro degno di un Paese moderno e con fior di medaglie sul petto. Un potenziamento che garantirebbe il collegamento snello delle due province connesse alla metropoli. Vuoi mettere il lusso di alzarti sotto il Resegone e senza nemmeno mettere la prima lavorare nella città italiana più ricca e cosmopolita? Vuoi mettere una domenica fare una scampagnata dalle nostre parti – lago o montagna – senza rimanere in coda ore sulla 36?
E ripensando a quei due numeri a me tanto cari, frutto di battaglie parlamentari che ben conosco per un’onorevole frequentazione familiare, mi permetto di chiedere ai politici dell’”hic et nunc” di avere lo stesso coraggio di quanti si batterono per realizzare quell’arteria. Una strada lastricata di polemiche con i sindaci d’ogni paese del lago che facevano ostruzionismo per evitare che il tracciato passasse sulle loro terre. E terreni. Divenne nel dizionario di quei tempi una sorta di Salerno-Reggio Calabria anche se, mi piace sottolinearlo, da noi non si verificarono fenomeni corruttivi. Come allora dirimente è il tempo: il primo chilometro di quella benedetta via costò un miliardo di lire, l’ultimo dieci. Forse allora si trascurò la linea ferroviaria e furono gettati a mare, troppo in fretta, i progetti avveniristici che puntavano sul lago per un trasporto alternativo. Insomma tradendo il verso del poeta di Asti il treno dei miei pensieri non deve andare all’incontrario ma filare dritto magari sfruttando il bottino del pnrr.
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