In occasione del referendum costituzionale del 22-23 marzo, il clima politico continua a diventare sempre più incandescente. Si tratta di un’anticipazione della prossima competizione elettorale nella quale i due schieramenti non esiteranno ad alzare il livello dello scontro per l’importanza della posta in palio che ha per oggetto l’attuale impianto costituzionale.
Inutile nascondere che la destra italiana non ha mai amato la Costituzione repubblicana. In questo senso, autonomia differenziata, separazione delle carriere e premierato rappresentano tre interventi riformatori che puntano a sovvertire l’architettura istituzionale disegnata dalla Costituzione. La prossima legislatura, pertanto, potrebbe essere quella in cui la destra può portare a compimento il percorso di decostruzione dell’attuale assetto costituzionale ponendo al centro del sistema politico il premier e ridimensionando drasticamente il ruolo del Parlamento e del presidente della Repubblica.
Per questa ragione, Giorgia Meloni non può permettersi di pregiudicare il rapporto con Roberto Vannacci benché la scelta di averlo come alleato sia destinata a compromettere definitivamente l’immagine di quella destra liberale, moderna ed europea di cui il nostro sistema politico avrebbe urgente bisogno. Se Giorgia Meloni intende emulare Margaret Thatcher, sarà obbligata a fugare tutte quelle ambiguità che le hanno consentito finora di governare. Ma il premier saprà bene che equilibrismo ed equilibrio restano due cose ontologicamente diverse, fondandosi il primo sulla precarietà e il secondo sulla stabilità. Il progressivo spostamento al centro di Fratelli d’Italia dovrà, pertanto, fare i conti sia con Roberto Vannacci che con Matteo Salvini la cui leadership periclitante all’interno della Lega rappresenta per la Meloni un’ulteriore incognita da non sottovalutare.
Sull’altro versante, la sinistra ha già fatto intravedere la propria postura in tema di riforme. La perentoria opposizione al prossimo referendum costituzionale anticipa lo spirito con cui sarà affrontata la prossima campagna elettorale. La difesa della Costituzione rappresenta il cemento che tiene unita l’opposizione benché, come accade a destra, i problemi non siano pochi.
In vista delle prossime elezioni la vera incognita è rappresentata dal Movimento 5 Stelle che, va rammentato, è nato dalle piazze del vaffa day del suo fondatore, Beppe Grillo. Si tratta, quindi, di un partito anti sistema che interpreta la società italiana sulla base della contrappposizione tra popolo ed élite. In quest’ottica, la democrazia rappresentativa viene superata da una forma peculiare di democrazia diretta, denominata “Rousseau”, che rappresenta l’archetipo di quel tecno-populismo digitale che abbiamo poi visto dilagare negli Usa. Il Movimento 5 Stelle, pertanto, è figlio di quell’antipolitica che negli anni ’90 aveva partorito il berlusconismo e poi, con una torsione rocambolesca, ha dato i natali al grillismo, sconclusionata masnada di delusi e di arrabbiati, di destra e di sinistra. Partendo da un desolante vuoto identitario, in modo sorprendente Beppe Grillo seppe trascinare il movimento a una vittoria elettorale senza precedenti. Dopo la disastrosa esperienza di governo, culminata con un inverecondo regolamento di conti che ha decretato la vittoria di Giuseppe Conte, il movimento non è più quello originario benché permangano numerose ambiguità destinate a minare il percorso che dovrebbe suggellare l’alleanza con il Pd.
Pertanto, la principale criticità della sinistra italiana risiede nella difficoltà a trasformare un’alleanza tattica, necessaria sul piano elettorale, in un coerente progetto strategico. Per evitare che tale alleanza sia il frutto di una maldestra sommatoria di voti, occorre che la sinistra sia in grado di trovare un equilibrio superando le divergenze nel campo della politica internazionale, della sicurezza e dell’immigrazione. Non è certamente un’operazione facile. Citando una celebre battuta del generale de Gaulle, verrebbe da dire: “Vaste programme!”.
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