Europa
Giovedì 05 Novembre 2026
Meloni a Costa: "Su Kiev una voce sola". Lui apre con prudenza: "Ne parleremo"
BRUXELLES - "Sull'Ucraina serve parlare con una voce, a dicembre l'Ue decida sul negoziatore". Ancora una volta una lettera. Ancora una volta un messaggio chiaro, questa volta non sul fronte economico e non con Ursula von der Leyen come destinatario. È al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa che la premier Giorgia Meloni ha deciso di scrivere, con un obiettivo: mettere nero su bianco un tema che l'Italia ha posto già a margine del Vertice dei 27 di ottobre. E sul quale non ha alcuna intenzione di arretrare. "La necessità, per l'Europa, di parlare con una sola voce sulla questione ucraina è ormai improcrastinabile", è il concetto che il capo del governo ha recapitato all'Europa Building.
A stretto giro è arrivata la replica di Costa. "Concordo con lei sul fatto che l'Europa debba agire con coerenza, unità e determinazione. Prendo atto della vostra richiesta di approfondire la questione in occasione della prossima riunione informale del Consiglio europeo a Dublino e dedicherò del tempo a questa discussione", sono state le parole con cui Costa ha di certo accolto la proposta della premier, restando tuttavia volutamente vago su profilo e struttura del possibile negoziatore - o team negoziale - dell'Unione. Il nuovo passo di Meloni, forse, è stato accelerato dalla cronaca degli eventi.
Tra mercoledì e giovedì un doppio incontro su Kiev ha avuto luogo a Bruxelles. Presenti emissari americani, inviati ucraini, funzionari della Nato e rappresentanti degli E3. Ovvero di Gran Bretagna, Francia e Germania. Ovvero di quel formato che solo una decina di giorni fa Meloni aveva fatto sapere di considerare "morto". Il susseguirsi di interventi in vari formati e composizioni diverse sta rendendo gli europei "poco credibili.
Dando l'immagine di un'Europa che va in ordine sparso non facciamo altro che l'interesse di chi vuole che questa guerra continui", ha scritto Meloni. Mettendo sul tavolo quello che potrebbe apparire quasi come un ultimatum: "la questione va discussa al Consiglio europeo informale di Dublino affinché il Consiglio Europeo di dicembre sia in grado di formalizzare una decisione sul punto, anche dopo un raccordo con Regno Unito, Norvegia e gli altri partner europei interessati".
La lettera di Meloni non è fuori contesto. Il rafforzarsi della convinzione di avere un ruolo nei negoziati, al fianco di Kiev ha rimesso sui tavoli comunitari l'urgenza del tema. Finora Bruxelles ha di fatto deciso di non decidere, affidandosi a un doppio team: un rappresentante dell'Ue - il capo di gabinetto di von der Leyen Bjorn Seibert negli ultimi colloqui - per le questioni inerenti all'Unione, il formato E3 (in un caso E4, con la Polonia, in un altro allargato anche all'Italia) per il fronte sicurezza. "Esiste già un accordo tra i gabinetti di Costa e von der Leyen. Quando e se ci sarà l'esigenza di passare al livello dei leader si vedrà, ma al momento il consenso è abbastanza largo, è difficile aprire ora la questione dell'inviato Ue", ha spiegato una fonte diplomatica.
Ragionamento diverso rispetto alla presa di posizione di Kaja Kallas pronta invece a sostenere le ragioni di Meloni: "Sono d'accordo con la premier sul fatto che non dovremmo parlare con voci diverse", sottolinea l'alto rappresentante Ue per la politica estera. Il dossier però contiene insieme molteplici nodi, dal numero di eventuali negoziatori ad un quesito procedurale non marginale: se l'inviato, in un prossimo futuro, firmasse un trattato di pace questo andrebbe ratificato dal Consiglio europeo? In caso di risposta affermativa, l'Ue rischierebbe di trovarsi ingabbiata al tavolo dei negoziati.
La mossa italiana, insomma, potrebbe aprire un vaso di Pandora. Tra i pochi Paesi finora a reagire c'è l'Austria che, plaudendo alla chiarezza della premier, ha preannunciato che porterà il tema al prossimo Consiglio Affari Esteri. Allargare in maniera stabile il formate E3 a Polonia e Italia non ha, per certo, il necessario consenso tra i 27, soprattutto tra quei Paesi - vedi i Nordici o l'Olanda - che a Kiev hanno spedito ingenti finanziamenti e nutriti equipaggiamenti militari, assicurando anche i boots on the ground dopo un'eventuale tregua. Per loro solo il formato E3 può essere sopportabile.
Proprio sul tema degli aiuti il governo, tuttavia, si appresta a muoversi. Il pacchetto "sarà discusso al Copasir la prossima settimana. Proporrò inoltre la possibilità di prolungare il meccanismo del decreto aiuti" anche per il prossimo anno, ha annunciato il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Puntualizzando: "Il governo manterrà la linea che ha seguito in questi 4 anni". Una linea che, tuttavia, non tutti sembrano condividere, a cominciare da Matteo Salvini. E l'avvicinarsi del voto potrebbe complicare ulteriormente le cose sul fronte del sostegno italiano a Kiev.
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