Geopolitica ed energia
Imprese sotto stress

Scenari Il quadro che emerge dall’Ambrosetti nelle riflessioni di Fontana, Traglio e Manca

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CERNOBBIO

Geopolitica, debolezza dell’Europa, costo dell’energia e difficoltà nel programmare crescita e investimenti ridisegnano l’orizzonte nel quale si muovono le imprese. Per affrontarlo serviranno maggiore scala, innovazione e capacità di presidiare direttamente i mercati. È il quadro che emerge dalla seconda giornata del Forum Ambrosetti a Villa d’Este nelle valutazioni di Giuseppe Fontana, amministratore delegato del Gruppo Fontana e presidente del Gruppo Villa d’Este, Maurizio Traglio, presidente di Vhernier, e Lorenzo Manca, presidente e ceo di Sicuritalia.

Per Fontana il punto centrale è la scarsa visibilità sul futuro. «Non c’è chiarezza da nessuna parte. Ci sono tentativi di indicare qualche direzione, ma nessuno ha certezze su quello che deve avvenire». Restano aperti dossier decisivi, dai rapporti con gli Stati Uniti alla guerra russo-ucraina, fino all’energia, il cui costo continua a incidere sulla competitività dell’industria europea.

In un contesto così instabile diventa determinante la capacità di anticipare i cambiamenti. Fontana richiama la strategia avviata dal Gruppo fin dall’inizio degli anni Duemila, scegliendo di produrre vicino alle aree di destinazione. Una parte rilevante della produzione destinata agli Usa viene realizzata direttamente nel Paese, mentre in India il gruppo produce per la domanda locale. Più recentemente è arrivato un importante investimento in Germania. Una presenza internazionale che consente oggi di distribuire i rischi e assorbire meglio le criticità delle diverse aree geografiche.

Traglio sposta l’attenzione sul venir meno dei riferimenti che per decenni hanno accompagnato le imprese europee e non condivide l’ottimismo manifestato da parte della platea: «È una fiducia che oggi non sembra avere un sottostante sufficientemente solido». A essere cambiato è soprattutto il rapporto con Washington: «È venuto meno quel rapporto strutturato e quel clima di fiducia su cui abbiamo costruito legami importantissimi».

Dazi e nuove condizioni di accesso impongono quindi di ripensare le strategie industriali. «Sono stati pionieri gli imprenditori che hanno saputo guardare lontano, scegliendo per tempo di localizzare strutture produttive negli Stati Uniti», sottolinea Traglio. Ma il nodo decisivo resta la dimensione europea. «Continuare a parlare di Italia, Francia e Germania significa ragionare in termini di frammentazione, quando dovremmo pensare come sistema europeo». Il continente possiede capacità industriali e competenze, ma fatica a trasformarle in forza globale, anche per la distanza dagli Usa sul fronte dei mercati finanziari e della disponibilità di capitali.

Stabilità politica, innovazione e capitale umano sono invece le priorità indicate da Manca. «I dati sull’occupazione sono confortanti, quelli sul Pil un po’ meno, anche se restano positivi». La stabilità e l’andamento dello spread hanno rappresentato fattori favorevoli, ma senza innovazione e riforme strutturali il rischio è «un lento declino della nostra economia e del tessuto socio-economico».

Sulla competitività pesa anche la regolamentazione europea, che può tradursi in maggiori costi rispetto ai concorrenti internazionali. La partita di lungo periodo si gioca però soprattutto sui giovani. «Spendiamo circa 165mila euro per formare un ragazzo fino al suo ingresso nel mondo del lavoro. Se poi lascia il Paese, quell’investimento è perduto».

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