I misteri del paesaggio La lezione di Turner

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Undici opere in totale, sette acquerelli e quattro dipinti a olio. Due sedi, Broletto e Pinacoteca. Un percorso che culmina nell’arte contemporanea, a San Pietro in Atrio. “Turner. L’incanto del Lago di Como e del paesaggio italiano” allestita grazie alla collaborazione tra l’Assessorato alla Cultura del Comune di Como e la Tate di Londra, è un progetto espositivo raccolto e imperdibile.

«Il Lago
di Como
gli si rivelò
come
un repertorio inesauribile
di effetti visivi»

Il valore di una mostra non si misura dalla quantità delle opere esposte ma dalla loro capacità di raccontare una storia decisiva. La storia è quella di J.M. William Turner (1775-1851), il più grande pittore del Romanticismo inglese e, al pari di Shakespeare, Jane Austen o Dickens, maestro indiscusso della cultura britannica. Duecento e più anni dopo esservi stati realizzati fanno ritorno a Como quegli acquerelli che l’artista schizzò durante i suoi tre viaggi sul Lario, nel 1819, 1842 e 1843. È la prima volta che vengono esposti in Italia. La mostra è perciò un’assoluta novità. Al visitatore offrirà anche l’occasione di scoprire come Turner si aggirasse in centro lago, tra Menaggio e Bellagio, o tra Laglio e Nesso, tra Cernobbio e Como, su come vivesse il Lario in quei primi decenni dell’Ottocento, con i suoi “sketchbooks” a bordo di imbarcazioni a remi e dei primissimi battelli. Ma c’è di più. Il Lago di Como è anche il laboratorio nel quale Turner mise alla prova la sua nuova idea di pittura. Dal linguaggio classico della sua principale fonte di ispirazione, il paesaggista francese del Seicento Claude Lorrain, alla potenza delle sue interpretazioni del paesaggio italiano visionarie e ipnotiche.

Gli acquerelli presentati alla mostra permettono di seguire il processo creativo dell’artista nel momento in cui egli si sta avvicinando a esiti sorprendentemente moderni: luce e colore come azione pittorica, evanescenza della riproduzione formale, evocazione del paesaggio percepito. Spiega a “L’Ordine” Elizabeth Brooke, responsabile della Tate e curatrice dell’esposizione comasca: «Il rapporto tra Turner e il Lago di Como - e il resto d’Italia - fu il risultato di una lunga attesa. Quando nel 1819 il pittore giunse a Como, aveva già costruito nella propria immaginazione un’idea di questi luoghi alimentata da racconti, incisioni, dipinti e studi di viaggiatori inglesi del Grand Tour italiano che lo avevano preceduto. Lui voleva fare esperienza diretta dei luoghi che poi avrebbe raffigurato. Negli studi dal vero sperimentò il punto di vista ribassato, appreso alla Royal Academy dal suo maestro di acquerello e prospettiva architettonica Thomas Malton, che gli insegnò la resa di spazi complessi. Ma era anche capace di arrampicarsi sulle rovine o sulle cime per provare l’effetto contrario, vertiginoso, di una visuale elevata». Se l’Italia era per gli artisti europei una meta quasi obbligata, per Turner il viaggio nella Penisola ebbe un significato ancora più profondo. Dice Brooke: Fu l’occasione per verificare la realtà di un paesaggio sognato per anni. Quando arrivò sul Lario, e per la prima volta in Italia, aveva 44 anni».

Il percorso espositivo

Il percorso della mostra si apre al Broletto - assieme al Duomo, a Villa d’Este, all’antico porto di Como oggetto di disegni turneriani a matita visionabili nel catalogo della mostra - con gli acquerelli dedicati al lago. Le prime vedute sono attente alla geografia dei luoghi. Montagne, rive, borghi e specchi d’acqua sono studiati con rigore quasi topografico. Ma vanno subito ben oltre il documento di viaggio. Brooke parla di «fame, avidità di catturare ogni dettaglio della struttura del territorio. Turner non si accontentava di registrare un panorama. Voleva comprendere il funzionamento del paesaggio, la relazione tra le forme, il modo in cui la luce si depositava sulle superfici e ne modificava l’impatto. Il Lago di Como gli si rivelò come un repertorio inesauribile di effetti visivi, trovò un luogo che sembrava costruito apposta per mettere alla prova i limiti della rappresentazione».

Questo è proprio l’aspetto che la mostra mette in evidenza. Il paesaggio per Turner è organismo vivo, da interrogare, attraversato da energie, variazioni luminose, stati emotivi. Se le opere del primo viaggio sul Lario testimoniano un rapporto quasi fisico con i luoghi, il percorso espositivo invita a confrontarsi anche con una domanda che da decenni accompagna gli studi turneriani: cosa accade al paesaggio nelle sue opere tarde? Lì l’atmosfera inizia a contare quanto la geografia.

I due acquerelli presenti in mostra, tra quelli realizzati per l’edizione illustrata del poema “Italy” di Samuel Rogers, consentono di comprendere un ulteriore sviluppo della sua ricerca. Turner costruisce vere e proprie visioni poetiche nelle quali il dato reale architettonico, perfettamente inserito nel quadro prospettico, si fonde con la memoria, l’immaginazione e il sentimento. Il paesaggio italiano diventa così una dimensione mentale prima ancora che geografica. Continuando il percorso della mostra, osservando gli acquerelli degli anni Quaranta dell’Ottocento, la materia si dissolve, i contorni si perdono, la luce calda, mediterranea invade ogni anfratto. È ancora possibile parlare di paesaggio? Secondo Brooke «La risposta è sì». Emerge uno degli aspetti più affascinanti della ricerca di Turner. «L’artista» continua la studiosa, «non abbandona mai il paesaggio, non si allontana dal mondo visibile. Al contrario, il suo sguardo si avvicina sempre di più alla realtà, fino a penetrarne gli aspetti più sfuggenti: la vibrazione dell’atmosfera, la consistenza della luce, l’instabilità del lago e gli effetti percettivi che trasformano le architetture davanti ai nostri occhi. Le vedute analitiche del 1819 e gli studi atmosferici dei soggiorni 1842/43 non sono momenti contrapposti».

Commenta ancora Brooke: «La mostra comasca, restituendo le opere al paesaggio che le ha generate, permette di cogliere una continuità che spesso sfugge nelle sale dei musei». In sostanza - ed è la ricchezza di questo appuntamento - gli acquerelli esposti, così diversi, sono tappe di una stessa indagine su che cosa vediamo quando guardiamo. «Vi sono molti rimandi all’opera di Turner nell’installazione “Feeling Colour” di Jim Lambie e David Batchelor scelta per San Pietro in Atrio, che porta la nostra attenzione all’architettura in modo nuovo. William Turner ci spinge a pensarla come parte di un paesaggio visivo. Lambie e Batchelor, da parte loro, portano dentro un’edificio storico di Como il colore, ma lo fanno distribuendolo in una sola dimensione, la superficie calpestabile», conclude Brooke.

Cultura classica

Ma c’è ancora una tappa del percorso, la Pinacoteca civica di Palazzo Volpi. Quattro grandi dipinti a olio di Turner, dedicati a temi italiani, testimoniano la piena maturità della sua ricerca. Emergono riferimenti alla cultura classica e alla tradizione letteraria. E sostanziale diviene il ruolo della luce come rivoluzione del principio costruttivo, forza generatrice dello spazio e significato dell’immagine. Una splendida Venezia decadente, all’epoca del crepuscolo della Serenissima, poi l’Averno delle Sibille in Campania e un paesaggio incompiuto di Tivoli, più una veduta concettuale di un lago al tramonto. Nella tela si può osservare la celebre caloria del grigio turneriano velato di espressioni viola e ossidate, la lezione del paesaggio reso poesia, a campiture. Nella scelta delle opere proposte ha avuto particolare importanza il contributo scientifico della Tate. «Due anni di dialogo inninterrotto con Como» dice Brooke. Tra le maggiori studiose dell’opera turneriana e “senior curator” presso il museo londinese, Amy Concannon aggiunge: «Il progetto comasco valorizza il contesto, gli acquerelli sono ora in dialogo con i paesaggi che li hanno generati. Tra i suoi viaggi in Italia, i tre sul Lario hanno contribuito a definire l’identità artistica di Turner, nel momento in cui il paesaggio, da veduta, è diventato visione, e la rappresentazione, percezione». A lungo lo si è presentato come un precursore dell’Impressionismo, trent’anni prima di “Impressione, levar del sole” di Monet. Oggi la formula appare però alquanto riduttiva per un personaggio del calibro di Turner. Ormai, infatti, si tende a vedere in lui anche un anticipatore dell’Espressionismo astratto, dell’Informale, del Concettuale, o del quantomai attuale rapporto uomo-macchina, studiato dall’artista nei dipinti in cui la sua attenzione va ai mezzi di trasporto, simboli della Modernità. Turner ha attivato una svolta decisiva nella cultura visiva europea ridefinendo il concetto di paesaggio come meraviglia stessa del vedere. Tutto questo accadde sul Lario.

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