La mattina dopo la vittoria del movimento studentesco alle elezioni in Serbia, migliaia di persone si sono trovate nel Parco dei Pionieri, di fronte al Parlamento serbo a Belgrado. Armate di sacchi della spazzatura, guanti e spugne hanno ripulito quello che fino al giorno prima era stato uno dei bastioni di Sns, il partito progressista serbo dell’ex Presidente Aleksandar Vučić. È iniziata così la prima giornata nella nuova Serbia liberata.
Il Parco dei Pionieri è stato occupato dal marzo del 2025 dai “ćaci” - è così che i serbi chiamano i sostenitori di Vučić. Da allora il parco ha preso il nome di “ćaciland” è stata una zona off-limit per cittadini e giornalisti, protetta dai “ćaci” e dalla polizia che come tante istituzioni in Serbia è stata catturata dall’Sns e asservita al presidente. “Ćaciland” è servito a Vučić in questi mesi come riserva permanente di supporter e come presidio da cui attaccare il movimento studentesco durante le mobilitazioni di massa che hanno scosso la Serbia durante gli ultimi due anni.
«È più di un anno e mezzo che non entravo nel parco» dice Igor, uno studente serbo che ha partecipato alla pulizia di lunedì mattina. «È stato un momento simbolico, non esattamente un festeggiamento, ma si può sentire nell’aria l’energia della libertà della nuova Serbia».
La lista studentesca, nata dopo due anni di mobilitazioni di piazza contro la corruzione, ha preso quasi il 53% delle preferenze contro il 39% di Vučić. È un risultato inaspettato: i sondaggi pre-elettorali indipendenti davano entrambe le liste attorno al 40%, con gli studenti in lieve vantaggio. Molti temevano che di fronte ad una situazione incerta, con scarto tra le due liste di pochi punti percentuali, Vučić potesse rifiutare il risultato e utilizzare “ćaci”, polizia o addirittura l’esercito.
«Mi aspettavo scontri, forse anche persone morte domenica sera» dice Igor. La tensione nelle ore precedenti alla chiusura dei seggi cresce: dalla mattina la polizia ha sbarrato Kralja Milana, la strada di fronte alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica, e sempre più membri di polizia e gendarmeria arrivano a Belgrado dal resto del paese. “Ćaciland” si riempie di uomini vestiti di nero dal viso coperto.
Presa diretta
I seggi chiudono alle 20. Alle 21.30 i risultati preliminari ancora non si sanno e le videocamere e i microfoni di tutta la Serbia sono su Vučić che ha annunciato una conferenza stampa: «È chiaro che abbiamo perso le elezioni».
Belgrado è attraversata da un momento di silenzio incredulo. Poi esplodono i festeggiamenti. La polizia arretra e toglie le transenne e un corteo improvvisato sfila lungo Kralja Milana. Da “ćaciland” gli uomini in nero scappano velocemente a piccoli gruppi e per la prima volta i cittadini entrano nel Parco dei Pionieri tornato libero. Bruciano in un gesto liberatorio alcune delle tende dei “ćaci” e devastano quello che resta del presidio e tornano lunedì mattina a pulire. Inizia il lungo processo di ricostruzione dello stato.
Dinko Gruhonjić, giornalista professionista e professore di giornalismo presso la Facoltá di Filosofia di Novi Sad, ha vissuto la repressione del regime di Vučić in prima persona. Nei suoi articoli Gruhonjić si è espresso duramente contro la corruzione dell’ex presidente e a supporto delle proteste studentesche. Come conseguenza è stato attaccato dai giornali pro-regime, seguito da membri dei servizi segreti e ha ricevuto minacce di morte dirette a lui e alla sua famiglia. Solo quando la macchina del figlio David è stata distrutta si è convinto a lasciare il paese e da sei mesi vive in esilio a Zagabria, da dove ha seguito la nottata elettorale. «Ho provato un sollievo enorme ma anche incredulità, perché dopo tanti anni di governo autoritario era difficile immaginare che Vučić potesse effettivamente ammettere la sconfitta».
Per Gruhonjić la vittoria degli studenti significa la liberazione del paese da un leader autocratico e corrotto, ma anche la libertà «di tornare a visitare la mia città, Novi Sad, e di andare a trovare i miei amici, senza alcuna paura. È un grande sollievo per me».
È anche qualcosa di unico nella storia della democrazia: un movimento dal basso e senza leader ha sconfitto un politico autocratico in carica da dodici anni. Il movimento Otpor! riuscì in un’impresa simile negli anni Novanta quando portò alla fine del potere del presidente della Jugoslavia Slobodan Milošević. Ma per quanto espressione di un vero e genuino movimento anti-nazionalista e pacifista in crescita in seno alla società serba, Otpor! ricevette sostegno economico dall’Occidente e poteva contare su un’opposizione politica organizzata. Il movimento studentesco era completamente da solo. Anche l’Unione Europea, molto attiva su movimenti di piazza in altri paesi come per esempio in Georgia, ha ignorato la mobilitazioni e continuato a intrattenere rapporti amichevoli con il governo serbo e l’ex presidente Vučić nonostante la repressione sempre più violente delle proteste. I fondi sono arrivati da crowdfunding tra le famiglie degli studenti e i cittadini serbi e le forze da centinaia di migliaia di cittadini di tutte le età, ceti e credi politici.
Questa enorme capacità di mobilitazione è stata cruciale per la vittoria di domenica e ha coinvolto fasce molto eterogenee di popolazione lungo tutto l’arco politico. «I supporter del movimento vanno da liberali europeisti a conservatori e nazionalisti, e questa diversità è stata uno dei suoi punti di forza durante le proteste» dice Gruhonjić. «Ma ora potrebbe diventare una sfida seria».
Aspetti da chiarire
Ci sarà molto da fare per il movimento, e molte cose rimangono ancora da chiarire. A partire da chi prenderà la carica di Primo Ministro, una scelta che la Lista Studentesca ha voluto tenere per il post-elezioni per dare meno bersagli ai media pro-regime. E se sulla questione centrale che ha portato il movimento in piazza, quella della lotta alla corruzione, dello stato di diritto e del funzionamento trasparente delle istituzioni il programma della Lista è chiaro, su molti altri aspetti si aprono domande impegnative. Al centro rimane la questione della politica estera, del processo di ingresso in Unione Europea, le relazioni con i paesi confinanti e i rapporti con Russia e Cina.
Gruhonjić, come il resto della Serbia, ha passato due giorni a festeggiare. «Dopo anni di minacce, intimidazioni, violenze, distruzioni credo che abbiamo davvero tutto il diritto di sentirci felici. Ma come giornalista e come accademico non posso smettere di farmi domande difficili».
«Al contrario, ritengo che la nostra responsabilità, come giornalisti e come accademici, sia oggi ancora maggiore. Per anni abbiamo saputo esattamente chi stesse attaccando la libertà dei media, minando la democrazia e colpendo le università. Ora dobbiamo assicurarci che coloro che hanno promesso un cambiamento lo realizzino davvero».
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