( foto pozzoni)
Non credo che si possano fare considerazioni e previsioni serie sulle trasformazioni attuali degli insediamenti alpini, se non si accettano le seguenti proposizioni elementari:
1. Le popolazioni indigene tendono ad abbandonare le montagne e ad emigrare in pianura, attratte dalla più intensa vita economica e sociale che si svolge nelle città.
2. Le popolazioni urbane tendono a risalire le montagne e a soggiornarvi per periodi più o meno lunghi, attratte ivi proprio dall’assenza degli aspetti più negativi dell’intensa vita delle città.
3. Là dove il secondo fenomeno raggiunge dimensioni e stabilità determinate, il primo fenomeno si arresta.
4. Al di là di una certa intensità, il secondo fenomeno modifica l’ambiente montano fino a distruggerne l’appetibilità, e quindi ad annullare gli obbiettivi per i quali il fenomeno stesso si è prodotto.
A monte di queste quattro proposizione ne esiste un’altra, assai più generale, che bisogna egualmente considerare:
5. La “marcia verso le montagne” è soltanto un aspetto parziale di un fenomeno molto più ampio, prodotto dallo sviluppo della civiltà industriale.
Quest’ultima infatti implica necessariamente la non-salubrità o, almeno, la scarsa salubrità degli insediamenti produttivi; e costringe quindi gli uomini a trascorrere una parte della loro esistenza (della loro giornata, della loro settimana, o addirittura della loro vita) lontano dal luogo di lavoro o di produzione, in un ambiente che si suole definire “salubre”, “incontaminato”, “vergine” eccetera, ma che sarebbe meglio chiamare semplicemente pre-industriale, e cioè caratterizzato dalle forme più arcaiche di sopravvivenza - l’agricola e la silvo-pastorale - delle quali il fisico umano (per lunga assuefazione) non può ancora fare a meno.
Il risconoscimento delle proposizioni sopra esposte conduce ecologi ed amministratori a commettere errori grossolani.
Sbagliano, per esempio, coloro i quali sognano una montagna che, conservata scrupolosamente nel selvaggio stato originario, la gente di pianura dovrebbe limitarsi a visitare, come si visitano con compunzione i “parchi naturali”. E ciò perché, specialmente la generazione dei montanari più giovani, non accetta ormai la solitaria esistenza dell’economia silvo-pastorale di un tempo; e poi perché, per mantenere quest’ultima nella integrità originale, occorrono opere le quali non possono essere autofinanziate, e quindi esigono risorse cavate dalla più ricca economia di pianura.
Sbagliano coloro i quali pensano che le vallate alpine possano e debbano essere sacrificate, senza limiti oggettivi, alle esigenze residenziali della gente di pianura: perché l’addensamento abitativo è in contraddizione strutturale con l’ecologia montana. Da millenni gli uomini salgono le montagne per ’stare in pochi’.
Il problema che sta alla base di ogni “politica della montagna” consiste appunto nel trovare un equilibrio fra vecchi e nuovi insediamenti, in modo da ripopolare le vallate alpine senza modificarne sostanzialmente la struttura ecologica.
Errano ancora coloro i quali si immaginano che l’adozione di opportune misure tecniche potrebbe rendere salubre l’esistenza nei moderni impianti industriali, e nelle loro immediate vicinanze, così da prolungare il modello ecologico antico che vedeva l’abitazione contingua al luogo di lavoro. Le aree industriali saranno sempre più quelle in cui si risiede per il tempo strettamente indispensabile, fruendo di aria ed acqua solo artificialmente “pure”. Soltanto un certo tasso di “mitridatizzazione”, e sopra tutto il periodico soggiorno in aree pre-industriali, consentiranno all’ ’uomo industriale’ di sopravvivere ai veleni che l’evoluzione della specie lo costringe a produrre.
Sbagliano di conseguenza anche coloro i quali (e a questo gruppo apparteniamo un po’ tutti) considerano ovvia l’idea che in ogni unità territoriale dovrebbero aversi le stesse componenti: industriali, agricole, artigianali, “terziarie” ed abitative. Lo stadio ’industriale’ della nostra specie renderà invece sempre più attuale il principio della complementarità delle varie parti della superficie terrestre.
Al limite ci saranno delle aree (probabilmente una buona parte dell’attuale “terzo mondo”, ancora non toccata dallo ’sviluppo’ industriale, ma certamente tutte o quasi le zone montane dell’Occidente) destinate soltanto al “tempo libero” ed alla “decontaminazione”, perché compatibili unicamente con certe attività agricole, silvo-pastorali o artigianali. E non è il caso di sgomentarsi dinanzi agli spostamenti periodici di masse che questa prospettiva preannuncia: i nostri lontani antenati del Paleolitico fruivano di una mobilità per frequenze e distanze oggi inimaginabile.
Commettono infine un errore marchiano coloro i quali considerano l’aspirazione alla ’seconda casa’ costantemente una manifestazione deplorevole di ozioso “consumismo”. La “seconda casa” - e quindi anche la casa per le vacanze in montagna - è invece, sempre più frequentemente, un corollario strettamente inevitabile del modo di produrre “industriale”. Non è assurdo immaginare che, in una società futura, probabilmente ancora più ’pianificata’ di quella odierna, sarà la stessa pubblica amministrazione a condurre una politica promozionale della ’seconda casa’, naturalmente intesa ed utilizzata nel modo che ho chiarito.
Probabilmente il rapporto più tipico ed esemplare fra pianura industrializzata e montagna è quello che si sta creando sul versante meridionale della catena alpina e prealpina, lungo la valle del Po.
Nel “Talweg” padano infatti si vanno sempre più addensando gli insediamenti urbani ed industriali, fino quasi a costituire una lunga, ininterrotta città orizzontale: forse una futura “megalopoli”. In questo esteso bacino industriale vive una popolazione produttiva che, in misura crescente - e con moto “pendolare” - si sforza di tornare alla sera (o almeno di trascorrere una parte della settimana) in abitazioni arroccate ai piedi delle prealpi o nelle prime vallate di queste.
In vista di tale movimento, la fascia prealpina ed alpina si qualifica sempre più come la complementare area residenziale ordinaria (non più dunque meramente “turistica”) dell’area industriale padana. (Un’analoga funzione forse potrebbero in seguito assumere anche le pendici settentrionali dell’Appennino ligure-emiliano).
Gli attuali imponenti spostamenti di fine-settimana - con i gravi problemi di viabilità, di traffico e di economia dei trasporti che tutti conoscono - lasciano prevedere che la dinamica dei rapporti ecologici nella Valle del Po, una volta ridotta ad assetto razionale, dovrebbe essere la seguente:
gli individui in età produttiva risiedono, durante la parte lavorativa della settimana, in una abitazione urbana abbastanza prossima al luogo di impiego; raggiungono, nei giorni settimanali di riposo (e durante le ferie), la “seconda casa” nella fascia “salubre” prealpina dove già abitualmente risiedono i membri più giovani e più anziani (pensionati) della famiglia. Quando, nella rotazione generazionale, essi stessi diventeranno “i vecchi”, cederanno l’alloggio urbano ai figli, diventati “produttivi”, e si dedicheranno a loro volta all’allevamento dei nipoti.
Un sistema adeguato di mezzi pubblici di trasporto, dagli insediamenti urbani industriali ai piedi delle prealpi - integrato dai mezzi privati per l’inoltro nelle vallate - potrebbe consentire l’ordinato svolgersi del movimento ’pendolare’ settimanale (ed in parte anche giornaliero).
La stabile residenza della popolazione cittadina più giovane e più anziana nelle località montane, implicherebbe la creazione di rapporti economici e di infrastrutture, suscettibili di ’ancorare’ sul posto la popolazione propriamente “alpina”, frenando la sua tendenza ad emigrare al piano. Non è un mistero per nessuno che le più floride e salde società montane si sono organizzate là dove si è normalizzato un consistente e costante afflusso stagionale (o bi-stagionale) di residenti-turisti.
Nella quarta delle proposizioni enunciate in principio, è reso esplicito ciò che differenzia un insediamento montano da un insediamento in pianura: e cioè l’intrinseco limite dimensionale.
Mentre in pianura è possibile qualsiasi assetto razionale degli sviluppi abitativi, in montagna i nuclei residenziali (a parte il limite strutturale ricordato più sopra) incontrano ostacoli severi, imposti sia dalla struttura del terreno, sia dalla modestia delle aree utilizzabili.
Se si comincia a considerare il problema delle costruzioni in aperta campagna, si deve rilevare che il carattere ’sparso’ delle abitazioni è stato imposto per il passato dalle esigenze dell’economia agricola e silvo-pastorale. Tipico è il “maso” (Hof) tirolese, circondato dalla poca terra arabile, dai pascoli e dai boschi dipendenti.
Considerato che lo sfruttamento economico del suolo montano ha già raggiunto da tempo la sua massima estensione possibile, è difficile pensare che questo tipo di unità agricolo-abitativa possa espandersi ulteriormente. Se mai si impone il problema del mantenimento e del restauro degli edifici esistenti (e della struttura economica a cui dovrebbero continuare a servire). Ma di questo si parlerà più avanti.
Se nelle prealpi e nelle zone collinari lombarde e venete la viticoltura e la frutticoltura verranno sviluppate in modo sistematico, si avrà qui la possibilità di alcuni nuovi insediamenti ’sparsi’, legati appunto ancora una volta a precise esigenze produttive.
Tuttavia è chiaro che oggi la tendenza a creare nuove case montane in ’aperta campagna’ ha una radice del tutto diversa: si tratta di residenze per le vacanze, da godere in proprietà o in affitto. E costruttori sono pertanto o cittadini, o montanari che affiancano all’attività silvo-pastorale quella alberghiera, o della locazione di alloggi estivi o invernali.
Se si confrontano le due tendenze, quella antica e quella odierna, si nota in primo luogo che mentre la relazione tra le fattorie e le aree agricole dipendenti rendeva le prime abbastanza distanziate nel paesaggio, le unità abitative per il “tempo libero” possono moltiplicarsi e addensarsi fino a creare con il paesaggio un rapporto distruttivo del carattere originario dello stesso. È legittimo il desiderio che ognuno alimenta di poter vivere in montagna sufficientemente isolato: ma l’affollamento di certe famose conche alpine ha dimostrato che, al di là di un certo indice di addensamento, nessuno gode più nonché l’isolamento, neppure il paesaggio montano.
In secondo luogo, mentre le infrastrutture ed i servizi di cui, fino ai primi decenni di questo secolo, abbisognava una fattoria alpina, erano assai modesti, le esigenze di una moderna unità abitativa sono radicalmente maggiori: si pensi soltanto alle strade carrozzabili ed ai parcheggi, agli acquedotti ed ai servizi igienici.
In linea generale (e a parte il caso di restauro di edifici sparsi già esistenti) si dovrebbe quindi scoraggiare ed ostacolare in tutto il territorio alpino la creazione di unità residenziali veramente ’isolate’, e favorire invece il loro raggruppamento in nuclei la cui ubicazione, estensione e densità sia stata accuratamente programmata, in modo da non turbare i tratti essenziali del paesaggio. Anche perché, considerata l’elevata vulnerabilità dell’ambiente montano, non è pensabile che ognuno sia autorizzato a costruire la propria casa dove gli accomoda, senza tener conto del danno che tale attività edificatoria può arrecare appunto al paesaggio da tutti goduto.
Queste considerazioni introducono all’altro tema: quello cioè dell’utilizzazione, ed eventualmente dell’espansione, dei centri abitati montani esistenti.
Ogni nucleo edilizio, dovunque e comunque sia sorto e si sia sviluppato, ha una sua forma complessiva che entra a far parte dell’ambiente circostante. Ma è chiaro che il profilo di un villaggio alpino - anche per la lentezza con cui gli insediamenti montani si estendono - costituisce un elemento storico decisivo ed assolutamente peculiare del relativo paesaggio.
Nelle prealpi e nelle alpi lombarde si è già visto purtroppo a più riprese come bastino poche case-scatolone, pochi “grattacieli”, per distruggere irrimediabilmente la peculiarità ed il fascino di un villaggio alpino e del paesaggio circostante.
Ma per conservare l’ambiente qui non sono necessari soltanto limiti di altezza, di volumetria e di addensamento dei singoli edifici: a parte la disciplina delle forme architettoniche (di cui si parlerà più avanti) bisogna riconoscere che, mentre una città o un borgo di pianura possono estendersi senza perdere gran che della loro identità, un villaggio montano non può allargarsi oltre una certa dimensione senza cessare di essere quello che è, e che si vorrebbe continuasse ad essere.
È quindi indispensabile stabilire, per ogni nucleo abitato alpino, un limite dimensionale accuratamente dedotto dalla sua stessa forma, dal suo profilo così come si è storicamente determinato. Anziché aggiungere nuove unità abitative, al di là di quel limite, si dovranno fondare nuove frazioni, studiandone con cura l’ubicazione, l’estensione ed il rapporto spaziale con il capoluogo.
In generale si dovrebbe cercare di ripercorrere e ripetere le scelte effettuate dagli spontanei creatori del villaggio originale: non ’copiare’, ma ’rivivere’ il passato.
Comunque bisogna accettare senza tentennamenti questo principio fondamentale: l’area alpina ha una capacità di ricezione degli insediamenti abitativi strutturalmente limitata. Al di là di un certo livello di addensamento, bisogna prevedere che nelle Alpi non si costruiscano più nuove case.
Se i vincoli sulla quantità, sulla densità e sulla ubicazione delle nuove costruzioni, costituiscono un problema delicato, ancora più complesse sono le questioni relative a) alle forme architettoniche da rispettare nella progettazione dei nuovi edifici, e b) ai materiali da impiegare nelle costruzioni stesse.
Si presentano innanzi tutto i problemi del restauro. Sia nel caso delle costruzioni sparse, sia all’interno di un villaggio - ed anche di un grosso borgo montano — è pacifico che il ripristino degli edifici del passato (e cioè non recentissimi, ed anonimi) debba vedere strettamente subordinate le ragioni del nuovo uso alla conservazione delle forme e delle dimensioni preesistenti.
Al limite, bisognerà cercare utilizzazioni compatibili con tale regola imperativa. Contrastando, per esempio, per le vacanze, che senza ragione alcuna (fuorché quelle del cattivo gusto e dell’uso economico comune) troppo concedono alle banalità dell’edilizia da sobborgo urbano.
Lo stesso rigore deve essere osservato per quanto concerne i materiali: essenze lignee, minerali vari, metalli, malte, etc. devono essere reintegrati e replicati con identificazioni scrupoose, senza cedere alla tentazione di impiegare sostanze e risorse attuali. In fondo non si tratta mai, o quasi mai, di difficoltà insuperabili.
Un caso particolare mi sembra costituito dall’aggiunta di impianti tecnici moderni alle fattorie agricole. Penso, in modo speciale, all’effetto deturpante che hanno i silos per foraggi, cilindrici ed in metallo lucente, annessi, con le loro condutture in lamiera zincata, alle antiche case coloniche della Svizzera tedesca e del Tirolo. Se non le forme, le dimensioni ed i materiali, almeno i colori dovrebbero avvicinare queste indispensabili strutture agli edifici preesistenti.
Un altro caso, abbastanza generale, è forse costituito dalle trasformazioni in atto per quanto concerne le strutture ed i materiali dei tetti. Per esempio, nelle costruzioni agricole della Valtellina, anche molto antiche e pregevoli, i vecchi tetti in scandole di legno e di pietra sono stati rapidamente e diffusamente sostituiti, per ragioni economiche, da squallide lamiere di ferro zincato ed ondulato. Con effetti distruttivi dal punto di vista estetico e della conservazione dell’ambiente storico. Anche in questo caso norme tecniche accuratamente predisposte, ed opportuni incentivi economici, dovrebbero rendere convenienti soluzioni più consone.
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