Caratteristiche della spia: innanzitutto essere insospettabile. Poi: trasudare fascino e bellezza, strumenti per irretire e ingannare al meglio. E ancora: avere un lavoro il più lontano possibile dalla pratica dello spionaggio – il famoso lavoro di copertura. Margaretha Geertruida Zelle aveva tutte queste caratteristiche. Un momento. Margaretha Geertruida Zelle? Forse, presentata così, non vi dice niente, giusto? Potenza dei nomi. E se vi diciamo «occhio del giorno», che è il significato del suo nome in malese? Ancora niente…
Manipolata, usata ed eliminata
Ma immaginiamo che al nome di Mata Hari qualcosa succeda. Qualche associazione scatta senz’altro. Oggetto di innumerevoli libri: tanti i saggi biografici, ma ci piace segnalare il romanzo “La spia” dell’intramontabile Paulo Coelho. Tanti anche i film: quello più iconico risale al 1931 con la magnetica Greta Garbo, ma ce n’è pure uno sceneggiato da François Truffaut con Jeanne Moreau, oppure un altro con Sylvia Kristel, icona sexy, come suggerisce il titolo “Un corpo da spiare”.
La sua vita, durata poco più di quarant’anni, sembra uscita direttamente da un grande romanzo francese di Balzac. Forse la sua vera, unica colpa è stata quella di incontrare gli uomini sbagliati nei momenti sbagliati. L’amore, la passione, il senso di indipendenza hanno sempre ispirato le sue azioni. Non rientra però spesso tra le icone femminili di questi tempi, a fianco di una Tina Modotti o una Frida Kahlo. Non ci risultano vie a lei intitolate, per dire. Probabilmente Mata Hari è più citata che amata. Il motivo può essere legato alla sua attività di spia/traditrice.
Arduo riconoscere a un’icona la caratteristica del doppio gioco a cui invece ricorse (volente o nolente, la questione è più complicata del previsto) la Nostra. Anche qua però molto ci sarebbe da dire: il libro di Russell Warren Howe – un classico su Mata Hari, edito in Italia da Mondadori – ha messo in chiaro come, sulla scorta anche della testimonianza di un’altra famosa spia, la tedesca Fräulein Doktor (lei invece mai identificata, da brava spia), Mata Hari non fosse granché in questa attività. Molto probabilmente è stata più una vittima: manipolata, usata e alla fine tolta di mezzo. Serviva trovare un capro espiatorio per i disastri militari dell’esercito francese. Russell Howe, che ha consultato i documenti del processo, sottolinea infatti che contro di lei non ci sono prove effettive, ma solo indizi.
Margaretha, detta M’greet, nasce il 7 agosto 1876. Unica figlia femmina, con tre fratelli maschi, è la prediletta del padre, che la vizia come una principessa. Adam Zelle, di professione cappellaio, è un uomo dalla bugia facile: racconta alla figlia di essere un barone e di possedere un castello. Purtroppo le manie di grandezza di Adam lo portano presto al fallimento, e a sparire di fatto dalla vita di Margaretha, sempre più disorientata e persa nelle sue fantasie – alle compagne di collegio racconta di avere origini aristocratiche, naturalmente. A 18 anni, dopo un intenso scambio epistolare come si usava all’epoca, sposa un ufficiale della marina olandese, Rudolf MacLeod, e si trasferisce nelle Indie Orientali, a Giava. Ma la violenza si affaccia presto nella vita di Margaretha: non solo MacLeod è brutale e dispotico, ma a un certo punto i loro due figli vengono avvelenati, probabilmente dalla nutrice, per gelosia, e solo la più piccola, Non, si salva. Ma in tutto questo dolore Margaretha scopre anche la sua salvezza: le scatenate danze giavanesi.
Il perfetto capro espiatorio
Dopo il divorzio arriva a Parigi. Ha 27 anni, e Parigi è la vertiginosa città della “Belle Époque”. Gli inizi sono duri: per un po’ è costretta a prostituirsi, ma nel 1905 incontra Henri Guimet, un ricco collezionista di oggetti orientali. Margaretha gli propone una danza orientale. La sua non è una bellezza tipicamente nordica: la pelle è scura e i capelli castani, già il padre accampava discendenze in quelle terre esotiche. Lui le apre le porte del suo museo. Margaretha adotta un nuovo nome, Mata Hari, e nasce la leggenda. Le sue danze sono letteralmente «senza veli», o al massimo con veli trasparenti, e danno grande scandalo.
Tutti accorrono per vedere le sue interpretazioni: Salomè, Venere, “femmes fatales”… Nel 1912 è anche alla Scala di Milano e in tour in Italia: Torino, Roma, Napoli. Tecnicamente non è una grande ballerina, sfrutta soprattutto la sua sinuosità e sensualità, anche se la sua idea di danza è profonda e spirituale: la danza come una vera e propria religione, non per conquistare gli uomini, ma per elevare lo spirito, per «vincere il retaggio doloroso dei ricordi».
Intanto altra violenza irrompe sulla scena: scoppia la Prima guerra mondiale, e come dice un altro grande romanziere che avrebbe potuto benissimo inventarla, Gustave Flaubert: «si diventa spia quando non si può fare il soldato».
Mata Hari incontra il console tedesco che le offre un’ingente somma per cancellare i debiti accumulati: in cambio dovrà dare informazioni sui suoi conoscenti parigini. Ecco l’uomo sbagliato al momento sbagliato. I tedeschi le danno pure un nome da spia: H 21. Ma una volta tornata a Parigi, si innamora di un giovane ufficiale russo e viene reclutata dal capo dell’antispionaggio francese, George Ladoux. Mata Hari – o meglio la M’greet sempre illusa e romantica – accetta, senza preoccuparsi di essere già una spia tedesca. Nel 1917 i francesi intercettano una comunicazione tedesca che fa riferimento a H 21: scoprono che è Mata Hari, e la accusano di essere un doppio agente. Nonostante la mancanza di prove concrete, Mata Hari è il perfetto capro espiatorio. Processo lampo e condanna a morte.
I suoi ultimi momenti sono un’autentica messa in scena, un vero e proprio spettacolo finale, che la consacra al mito: elegantemente vestita di tutto punto, con tanto di veletta in testa e mantellina, cordiale con tutti, sorridente davanti al plotone di esecuzione, rifiuta la benda sugli occhi e la corda per essere legata al palo. Muore da eroina. Non certo da spia.
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