Processi e asili nido
I due volti del Pnrr

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Il 31 agosto calerà (quasi) definitivamente il sipario sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Quest’ultimo ha attraversando tre governi, il terzo dei quali si accinge a presentare il saldo dell’ultima rata, la più grande, così che, entro dicembre, l’Italia avrà ricevuto oltre 194 miliardi di euro. Di questi circa 122 da restituire in comode rate sino al 2058. Parte di questo mega prestito ha finanziato opere che il paese avrebbe sostenuto comunque, liberando risorse per altri interventi, ma 53,5 miliardi sono stati destinati a investimenti nuovi.

Dibattiti surreali

Sono ora accesi i dibattiti sul bilancio di questa straordinario (in tutti i sensi) strumento che ci ha accompagnato - o per taluni - ci avrebbe dovuto accompagnare, fuori dalla crisi del Covid e poi dalla crisi energetica, lasciandoci molte opere nuove e riforme (per chi vede il bicchiere mezzo pieno) e un consistente debito (per chi vede il bicchiere mezzo vuoto).

Nello specifico, tuttavia, non emerge alcuno spunto interessante, perché la maggioranza dei giudizi è stata preventivamente espressa sin dall’avvio del piano e soffre di una evidente distorsione sistematica di giudizio. C’è chi vi ha visto una eccessiva cementificazione (troppe opere) del piano varato da Draghi, chi l’arca dei polverosi progetti raccolti da Conte presso i Ministeri, chi lo svilimento degli obiettivi originari ad opera del governo Meloni, chi la prova dell’incapacità di gestione da parte di quest’ultima e dei suoi accoliti.

Anche l’eccessiva polarizzazione sulla spesa delle risorse europee ha giocato un ruolo determinante nei dibattiti, talvolta surreali, susseguitesi nei quattro anni di attuazione, dimenticando che il Pnrr era ed è impostato interamente sui risultati e non sulle risorse impegnate e spese. Ora la corsa è a valutarne l’impatto sul Pil, dimenticandosi che il Pnrr non era composto solo da investimenti ma anche da riforme e che queste ultime possono avranno un impatto molto più avanti negli anni.

Per rimane con i piedi per terra provo a segnalare un caso “top” e un caso “flop” tra gli oltre 150 investimenti che hanno generato 447mila progetti e 66 riforme. Tra i casi di successo certamente la riduzione dei processi civili pendenti presso i Tribunali. Sembra raggiunto l’obiettivo di ridurre del 40% i tempi di trattazione di tutti i procedimenti dei contenziosi civili e commerciali rispetto al 2019, quando la vita media di una causa era di 6,8 anni. Ora i litiganti dovrebbero vedere composta la loro diatriba con una sentenza definitiva in poco meno di quattro anni. Quasi un paradosso perché comunque si tratta di un tempo ancora molto lungo ma è “top”. Risultato ottenuto grazie alla drastica riduzione delle cause pendenti in attesa di sentenza da oltre tre anni nei tribunali di primo grado (riduzione del 90%) e nelle corti d’appello (riduzione del 96%). Se questo risultato sarà confermato dalla Commissione europea significa aver concluso in 5 anni poco meno di 400mila procedimenti grazie al potenziamento degli Uffici per il Processo e un sistema premiale per Uffici Giudiziari che hanno raggiunto gli obiettivi annuali specifici di riduzione del numero di cause pendenti.

Sfavoriti i piccoli Comuni

Passando all’istruzione i temi sono due. Gli alloggi per gli studenti e gli asili nido. Nel primo caso, dopo essersi reso conto che l’obiettivo concordato con Bruxelles non era raggiungibile, il Governo è riuscito a posticiparne il raggiungimento all’anno prossimo con un’alchimia finanziaria che annoierebbe anche un lettore tecnico. Sull’altro versante, l’obiettivo (già ridimensionato rispetto all’originario) prevede la creazione di 150.000 nuovi posti negli asili nido, grazie al finanziamento di 3849 progetti regionali (352 in Lombardia) per oltre 4,33 miliardi. Qui il problema sollevato da più fonti (Ufficio Parlamentare, Fondazione Agnelli) è stato lo squilibrio a sfavore dei Comuni più piccoli che dovevano essere la priorità per contrastare lo spopolamento. I Comuni con meno di 1000 abitanti (circa un quarto dei Comuni italiani) hanno intercettato appena il 2,6% del finanziamento Pnrr complessivo. Inoltre, a febbraio scorso solo il 27,7% dei progetti era in fase conclusiva e la speranza è che vi sia stata una corsa dell’ultima ora a terminare i lavori. Vada come vada è “flop”.

Non perdiamo altro tempo sulle classifiche avulse perché mentre si chiude una porta se ne apre un’altra con il Consiglio dell’Unione europea che ha già stabilito la sua posizione sul nuovo quadro finanziario 2028-2034 dettando le regole per una approvazione dei regolamenti già il prossimo anno. Un accordo tra Parlamento europeo, Commissione e il Consiglio stesso entro la fine del 2026 consentirà l’adozione di atti legislativi nel 2027, che a sua volta è necessaria -sono le parole della risoluzione del Consiglio - «per garantire che i finanziamenti dell’Ue raggiungano i beneficiari senza interruzione a partire da gennaio 2028». Insomma, si riparte con un nuovo Piano Nazionale e Regionale (Pnr con una R in meno.). Difficile ancora stimare con precisione di quante risorse sarà dotato ma tra fondi europei, confinanziamenti e prestiti si dovrebbero superare i 100miliardi di euro.

Tempo, dunque, non tanto di fare bilanci di quello che è stato o non è stato o di andare a caccia di responsabilità ad uso preelettorale, ma piuttosto di individuare le buone pratiche realizzate con il Pnrr da riproporre nel nuovo Piano Nazionale e Regionale e cercare di colmare le lacune evidenziate.

Tanto sarà positivo e duraturo l’impatto del Pnrr quanto saremo capaci di darvi continuità nei prossimi anni, non abbandonando le riforme avviate e rinnovando l’impegno sugli investimenti dimostratisi più efficienti per contrastare l’inverno demografico e incrementare la competitività del Paese per fare fronte alle attuali e future sfide nel contesto internazionale.

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