Il viaggio ci rivela qualcosa del mondo, ma anche di noi stessi. Quello compiuto da Massimo Bubola in Irlanda nel 1983, e ora raccontato nel libro “Il canto dell’anguilla. Un’estate irlandese” (Neri Pozza, pp. 144, € 18) , è stato particolarmente importante, in questo senso, perché ha lasciato un segno anche nella storia della musica italiana, con la canzone “Il cielo d’Irlanda”, che il cantautore veronese ha scritto diversi anni dopo.
In questa doppia pagina, per gentile concessione dell’editore e dell’autore, vi proponiamo uno degli 11 capitoli che compongono il volume. Un assaggio che, ci auguriamo, vi farà venire voglia di leggere il libro intero. Sicuramente merita attenzione, questo reportage atipico di Bubola, in cui tutto è legato come in un romanzo. Un degno successore dei precedenti “Rapsodia delle terre basse” (2009, nuova edizione Neri Pozza, 2024), “Ballata senza nome” (Frassinelli, 2017) e “Sognai talmente forte” (Mondadori, 2022).
Del resto, nessuno meglio dei lettori de “L’Ordine”, su cui Bubola sta scrivendo un “viaggio in Italia” a puntate da due anni, sa riconoscere il passo e lo stile di quello che ormai è a tutti gli effetti un “cantascrittore”, non potendosi più ritenere occasionale la sua produzione letteraria.
Se negli articoli de “L’Ordine” il viaggio in ogni città è una storia, in questo libro i due protagonisti - l’autore e il suo amico Giovanni Artioli, detto John Artù - incrociano innumerevoli storie che si fondono con la loro. Del resto, che i migliori viaggi letterari si facciano in due è noto dai tempi di “On the road” di Jack Kerouac, in cui lui e Neal Cassady si celavano sotto i personaggi di Sal Paradise e Dean Moriarty.
Nelle pagine di Bubola scorrono mare e montagna (quella su cui segue le tracce di San Patrizio misura 746 metri di altitudine), musica e poesia, suggestioni cinematografiche e incontri reali che sembrano un film. Ma sotto “Il cielo d’Irlanda”, l’autore ha trovato, soprattutto, una comunità, un modo di condivedere gioie e dolori, che gli è rimasto dentro. E che un po’ gli ha ricordato la civiltà contadina del Veneto in cui è cresciuto. Pietro Berra
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