A occhi chiusi
nella realtà
L’eredità di Tozzi

Da riscoprire Autore sempre in cerca del mondo interiore ispirandosi a Santa Caterina e San Bernardino da Siena Poco letto, ma di importanza decisiva. Un Joyce italiano

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Federigo Tozzi ha scelto un modo piuttosto originale per definire la propria poetica e profilare la propria identità: un modo indiretto, elusivo, obliquo, che a distanza di un secolo si rivela attualissimo, perché fa capire fino a che punto il grande scrittore senese costituisca non soltanto un punto di snodo, ma anche una coordinata imprescindibile.

Tozzi ha infatti derivato la propria poetica, che è anche una precisa visione della realtà (la vita come essenza sfuggente e indefinibile, costituita dai “misteriosi atti nostri”), prendendo spunto da due concittadini tanto illustri quanto lontani nel tempo e per così dire “insospettabili”: Santa Caterina e San Bernardino da Siena.

I “misteriosi atti nostri”

I cosiddetti “trasporti immaginativi”, che permettono di «sbarazzarsi di tutto ciò che ci impedisce di arrivare al nostro io più profondo» e diventeranno poi una costante della sua narrativa, sono ricavati dallo stile epistolare di Santa Caterina, mentre la prosa di San Bernardino, caratterizzata dalla tecnica della “distrazione”, con reiterati cambi di soggetto e l’abbandono della trama lineare quale principio ordinatore della narrazione, costituisce il modello dichiarato del suo stile. Come ha scritto lo stesso Tozzi: «San Bernardino è in grado di insegnarci come si possa scrivere senza velature e aggiunte di falsificazioni letterarie, abituandoci a dar vita anche alle cose che sembrano meno suscettibili di essere scritte. Vi è in noi sempre un mondo che sembra destinato al silenzio. Ed è forse il migliore e il più significativo».

Il che, ovviamente, non è privo di conseguenze: si racconta perché è impossibile spiegare, perché i “misteriosi atti nostri” si situano nel “profondissimo pozzo dell’anima”, in una dimensione che può essere avvicinata ed evocata soltanto muovendosi sul “terrain vague” dell’indeterminatezza, con un tipo di narrazione che avanza per strappi, slogature e fratture ritmiche, oppure come un costante sottotono a cadenza lenta, sempre in chiave minore. Solo in questo modo, in virtù di una percezione della vita quale “esposizione” alle “parvenze all’esterno” (un concetto, quest’ultimo, che Tozzi deriva da Leonardo da Vinci), è possibile la “visione interna”, “con gli occhi chiusi”, l’unica in grado di produrre un’autentica sensazione della “realtà” e un approccio alla realtà stessa come una dimora alla quale si appartiene o si dovrebbe appartenere, non come un orizzonte dove tutto è interpretato e addomesticato, prevedibile come un copione già scritto.

Tra l’incanto e l’abisso

Da questo punto di vista, Federigo Tozzi è stato uno dei più grandi innovatori della letteratura italiana, perché l’ha concretamente trasportata dall’Ottocento al Novecento, dal “grande stile” del naturalismo/verismo al romanzo o racconto psicologico, e poi perché ha inaugurato una precisa idea di scrittura. Tuttavia ci sono voluti interi decenni per capirlo, perché Tozzi ha attraversato quasi metà del Novecento come un perfetto sconosciuto e ancora oggi rimane un autore poco letto e scarsamente frequentato, soprattutto se si pensa alla sua importanza davvero decisiva.

Le sue opere sono state più volte accostate ai racconti di Joyce (in particolare “I morti”, l’ultimo pannello di “Gente di Dublino”), ma il paragone più appropriato è quello con lo scrittore svizzero Robert Walser. Esattamente come Walser, anche Tozzi percepisce la realtà esterna del “mondo” come continuo incantamento, ma anche come abisso e precipizio. Ne deriva che le cose possono essere viste, descritte e restituite in una sola maniera: “con gli occhi chiusi”, quindi “dal di dentro del mondo” (la definizione è di Luigi Pirandello ed è contenuta in una celebre recensione del capolavoro di Tozzi, il romanzo “Con gli occhi chiusi”, terminato nel 1913 ma apparso nel 1919). Tozzi, da parte sua, ha espresso questa poetica in un passo del saggio “Come leggo io”, sempre del 1919, la cui paternità si potrebbe tranquillamente attribuire anche a Walser: «È interessante l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura, il resto è trascurabile».

Ad eccezione dei romanzi “Tre croci” (1920) e “Il podere” (uscito postumo nel 1921), in Tozzi tutto il materiale narrativo è strettamente autobiografico, ma è rimodellato in maniera tale da assumere le connotazioni della visione e della fantasticazione. Lo si nota nelle oltre cento novelle, nei “Ricordi di un impiegato” (1920), basati su una breve esperienza lavorativa allo scalo ferroviario di Pontedera, e più ancora nelle sessantotto brevi prose del libro-meraviglia “Bestie” (1917), la cui unica clausola stilistica è costituita dalla presenza di un animale.

Vicinissima lontananza

Si tratta con ogni evidenza del punto di massima vicinanza tra Tozzi e Walser, nel discorso iniziale all’allodola («Lasciamola qui, questa gente che metterebbe me al manicomio e te dentro una gabbia!») e nel brevissimo apologo conclusivo, quando l’io narrante affida idealmente all’allodola la propria anima. È soprattutto in “Bestie”, ma anche in “Con gli occhi chiusi” e molti racconti, che si assiste a una totale “spalancatura verso l’esterno” (l’espressione è di Tozzi), coi vari personaggi, uomini e animali, che vivono e agiscono come in dormiveglia, nel “niente di speciale”, in un limbo di svagatezze, dentro un presente illimitato e sospeso: tutti «radicalmente insalvabili», ha osservato Gianni Celati, «perché senza le finzioni di salvezza su cui si basano tutti i modelli morali approvati».

Luigi Baldacci, al quale si deve una meritoria e radicale rilettura della sua opera, lo ha definito un «compagno di strada in un crepuscolo di apocalisse». Un secolo dopo, Federigo Tozzi ci parla da una vicinissima ma anche impegnativa lontananza. Perché per entrare nel suo mondo di visioni, fantasticazioni e indeterminatezze, nelle sue trame che non sono trame, nelle sue storie senza svolgimento, bisogna prescindere da tutti i pretesti e gli appigli esterni (non solo letterari), limitandosi a seguire “con gli occhi chiusi” le tracce disseminate nei suoi scritti.

Ecco il motivo per cui la sua lontananza è vicinissima, impegnativa e disorientante: perché quelle tracce, molto semplicemente, non vanno e non portano da nessuna parte. Come dice l’io narrante in un passo dei “Ricordi di un impiegato”: «Quando penso che io sono fatto di tante strisce che corrispondono ad altrettanti giorni, mi domando se esisto io oppure le cose che ora ho dinanzi agli occhi. E mi domando cosa significa vivere».

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