Chiavenna: Livoti racconta la storia dello zio tra mafia e sogno americano

Nel libro l’autore Domenico Livoti, che vive in Valchiavenna da quarant’anni, ripercorre le vicende dello zio Salvatore, emigrato in America e invischiato nella malavita.

Chiavenna

Chi conosce in modo approfondito la sua vasta produzione letteraria, considera “Lo zio d’America” il libro meglio riuscito di Domenico Livoti, 76 anni portati ottimamente, di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), giunto 40 anni fa a Chiavenna come insegnante all’istituto “Crotto Caurga” dopo aver conseguito la laurea in Storia e filosofia.

Sposato con Luciana e padre di tre figli, Anna, Francesca e Alfonso, cui il libro è dedicato, ha voluto dare alle stampe per la collana “I Salici, narrativa” di Montedit, 107 pagine in cui rivive la propria saga famigliare.

In modo autentico e coraggioso, narra il rapporto indissolubile fra due fratelli, suo padre, Giuseppe, classe 1899, e suo zio, Salvatore, di due anni più vecchio, il primo chiamato al fronte nel 1917, nella prima guerra mondiale e rientrato al paese natale, Castroreale Bagni (oggi Terme Vigliatore), in provincia di Messina, nel 1920, il secondo partito in nave per New York nel 1922 e mai più tornato.

Il libro è dedicato proprio a Salvatore, “Lo zio d’America”, un titolo che potrebbe rimandare a un personaggio che ha lasciato il segno in America per essersi integrato nel tessuto economico-sociale e aver fatto fortuna, ma la realtà è un’altra.

Quella di un giovane forte e determinato che, immediatamente dopo lo sbarco a New York, proprio per le sue caratteristiche fisiche era stato arruolato nelle bande locali.

«Funzionava così – ha detto l’autore in sede di prima presentazione del libro alla biblioteca della Valchiavenna, introdotto da Lara Meloni, e con ottimo accompagnamento musicale di Fabiano Radesca –. Gli scagnozzi dei gangster si facevano trovare sulla banchina e arruolavano sul posto, appena scesi dalle navi, i loro adepti. Sicuramente mio zio aveva fatto colpo, forte e nerboruto com’era, ed era stato subito attratto nell’orbita di qualche boss locale».

Ma Salvatore non era tutto muscoli, aveva anche un cervello fino, un suo codice comportamentale e un forte senso di libertà e indipendenza che, a un certo punto, prevarrà su tutto il resto.

Nel libro le vicende sono ben narrate, con un rimando continuo alla figura di Giuseppe e poi a quella di Salvatore, ma anche al contesto in cui crescono e vivono la loro giovinezza.

Quello di Castroreale Bagni e della collina di Rocche di Marro che il loro padre, Melchiorre, aveva acquistato per stabilirvisi dopo essere sceso dai vicini monti Nebrodi e dal suo paese natale, Montalbano Elicona, dal 2015 inserito nei borghi più belli d’Italia.

Lì, i fratelli Giuseppe e Salvatore avevano vissuto le loro prime guerre. Quella dei genitori, di mamma Concetta e di papà Melchiorre, cacciato dal letto nuziale per essere stato sorpreso a baciarsi con una contadina nel podere di famiglia «tant’è che i nonni rimarranno sempre insieme, ma solo per portare avanti l’attività agricola nella collina, ricca di campi, orti, viti, ulivi, un lavoro che nonna Concetta non avrebbe potuto affrontare da sola – ha precisato l’autore –, ma in realtà da separati di fatto». Tant’è che Concetta dormiva in una casa e Melchiorre in un’altra.

Poi c’erano le guerre per la salvaguardia del territorio che i fratelli ingaggiavano ogni giorno alla fiumara, il torrente che separava la loro proprietà dal vicino paese di Portosalvo. Lì orde di ragazzini ingaggiavano sassaiole con i due fratelli che, però, avevano sempre la meglio. Giuseppe era un tiratore scelto con la fionda e Salvatore faceva talmente paura da non essere avvicinato da nessun altro ragazzo.

«Erano sempre stati in guerra, per cui, per mio padre – ha detto Livoti –, anche la condizione pur dura delle trincee non doveva essere stata così nuova, mentre per mio zio muoversi nei terreni scivolosi della Mano Nera newyorkese non così impossibile».

Fino a quando a Salvatore, che lottava sul ring, è stato chiesto dal boss uno sforzo che non poteva compiere, quello di far vincere l’avversario per permettere al gruppo criminale di incassare soldi.

Quanto ha compiuto l’ha narrato tutto nell’ultima lettera spedita al fratello Giuseppe da New York e tutt’ora nelle mani dell’autore del libro e pubblicata sullo stesso.

Ha disobbedito al boss vincendo l’incontro nella consapevolezza che sarebbe poi stato un uomo morto. Allora, si è preparato ad uccidere i suoi stessi sicari. Si è lasciato condurre in auto su una collina di New York, fuori città, ed ha sparato prima lui, per poi dileguarsi in pullman, con la sua fidanzata italiana, e scomparire per sempre, diventare un fantasma.

«Non abbiamo più saputo niente di lui – dice l’autore –, ma volevo ricordarne la fierezza e il senso di libertà in questo libro raccontando la sua storia». Il libro è acquistabile sulle piattaforme online a 11 euro.

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