Cultura e Spettacoli / Tirano e Alta valle
Giovedì 02 Aprile 2026
Genova-Brasile a remi, ora un film
A vent’anni dalla grande impresa “Rotta” si guadagna la vetrina del Trento Film Festival. Una grande occasione per l’esploratore di Aprica.
Aprica
Nel 2006 una barca a remi impiegò 227 giorni, in oltre 11 mila chilometri, per una sfida senza precedenti: partire da Genova e arrivare a Fortaleza, in Brasile, lungo il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico; a guidarla c’era Alex Bellini, uno degli esploratori e divulgatori ambientali oggi più riconosciuti in Italia. A vent’anni da quei giorni, l’esperienza rivive in “Rotta”, il documentario di Alex Bellini e Francesco Clerici, con le riprese originali in miniDV e una rilettura di quei momenti dell’intelligenza artificiale: il film sarà presentato in anteprima assoluta al 74esimo Trento Film Festival, il prossimo 28 aprile, al cinema Modena alle 18.45. Il documentario è prodotto da 5th Element, con il supporto di Apf Valtellina, distribuito da Nieminen Film. Il viaggio è stato raccontato anche nel libro “Mi chiamavano montanaro”, scritto da Alex ed edito nel 2007, che per l’occasione viene oggi riedito per Sonzogno, in uscita il 10 aprile 2026, con il titolo “Pensa se non ci avessi provato”.
L’impresa di Alex Bellini non è immediata: dopo due tentativi falliti, uno dei quali si conclude con un naufragio sull’isola di Formentera, riesce nel suo obiettivo al terzo tentativo. Durante la traversata affronta momenti di profonda crisi interiore, cinque giorni di digiuno e una condizione costante di rischio e isolamento. L’arrivo - insperato - sulle coste brasiliane completa un viaggio di avventura estrema mai tentato prima. Il film documentario rilegge quell’esperienza utilizzando esclusivamente le riprese originali in miniDV, affiancate da uno sguardo contemporaneo rappresentato da un’intelligenza artificiale. Questo dispositivo osserva, analizza e tenta di comprendere cosa spinga una persona a spingersi così lontano, mossa da una sete inestinguibile di conoscenza, affrontando l’ignoto come forma di esplorazione di sé. «Ci sono avventure che lasciano il segno, che creano un solco così profondo da diventare spartiacque» ha dichiarato Bellini, «il viaggio qui raccontato non fa eccezione: nei mesi in mezzo all’oceano, ho iniziato a scorgere con maggiore chiarezza alcuni dettagli che nella mia esistenza sulla terraferma restavano spesso fuori fuoco. In termini di sviluppo personale il viaggio è accaduto proprio a cavallo di due epoche anch’esse spartiacque: quella dell’adolescenza e quella dell’età adulta. In mancanza di un’alternativa sempre più difficile da trovare per un adolescente dell’epoca moderna, l’impresa è stata la mia forma personale di attraversamento, di rituale di iniziazione. Un altro importante fattore che distingue questa avventura da tutto ciò che avevo vissuto prima è che in questo viaggio non mi sono limitato al ruolo di spettatore della mia vita, non ho lasciato che le cose mi accadessero, ma ne sono stato il protagonista. In altre parole, il viaggio è stato un laboratorio dell’esistenza, dove ho allenato la capacità di reagire, di adattarmi, di scegliere, dirigere la mia vita e di rendere chiaro ciò che non era ancora manifesto». Alex Bellini da oltre vent’anni attraversa alcuni dei territori più estremi del pianeta: dalle traversate a remi dell’Atlantico e del Pacifico alle spedizioni sui grandi ghiacciai — come il Vatnajökull, il più esteso d’Europa. Negli ultimi anni ha esteso questo sguardo alle grandi questioni ambientali globali. Con il progetto 10 Rivers 1 Ocean ha navigato su zattere auto-costruite i fiumi più inquinati di plastica al mondo, mentre dal 2024 è impegnato in Eyes on Ice per raccontare gli effetti dei cambiamenti climatici nelle regioni polari e sulle comunità che le abitano.
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