Lecco Jazz festival: Billy Cobham e un diluvio di note

Il batterista ottantenne, padre della fusion, tesse sul palco del Sociale un tappeto ritmico per l’esibizione di virtuosi solisti

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Lecco

A 82 anni, bandana verde in fronte e sneakers verdi ai piedi, Billy Cobham entra sul palco del Sociale. Il batterista americano, che a fine anni Sessanta ha accompagnato Miles Davis nella svolta elettrica e poi ha praticamente inventato la fusion, è l’ospite di punta del cartellone dell’edizione 2026 del Lecco jazz festival. Gli applausi del pubblico rincuorano l’artista, che si appoggia a un bastone e stemperano gli sguardi d’imbarazzo fra i sei musicisti della sua band per lo stacchetto introduttivo che non sarebbe suonato fuori luogo sul palcoscenico di una nave da crociera.

Giusto il tempo di dare il quattro e l’arzillo ottantenne inizia a tessere quel tappeto ritmico che, per un’ora e mezza, concede ai virtuosi al suo fianco il campo e una rete di salvataggio per voli pindarici di note.

Il materiale è quello di cinquant’anni di carriera, rivisto e riarrangiato con sonorità sintetiche, nelle quali le dissonanze non stonano, anzi. Cobham presenta i brani e chiede al pubblico di guardare al futuro con serenità, anche se il momento non è dei migliori.

C’è spazio per un suo assolo a quattro bacchette, prima di snocciolare i brani più famosi, quelli tratti dal suo capolavoro Spectrum, anno 1973. Di fatto, l’impronta è indelebile: portare musicalmente alle estreme conseguenze quel percorso iniziato a fine anni Sessanta da Miles Davis, quando, entrando in sala d’incisione disse al giovane Keith Jarrett di lasciar perdere il pianoforte e suonare il piano elettrico Fender Rhodes: «Siamo nel Novecento, ora basta». Cobham fu il motore ritmico di quella svolta, con uno stile a metà fra il funk e il caraibico (dopo tutto è nato a Panama) che gli anni non hanno cancellato, anzi. Il concerto è un profluvio di note dei musicisti che non disdegnano di condire i loro soli con dissonanze, feedback e rumori elettronici. Tutti maestri con la M maiuscola, a partire dal trombonista, il bergamasco Andrea Andreoli, uno dei migliori al mondo passando per il sassofono sintetico dello svedese Bjorn Arko, alla chitarra eterea del brindisino Rocco Zifarelli, già al fianco di Ennio Morricone. Fra intrecci e cascate di note, si vola altissimo. Il pubblico applaude di gusto, ma risuonano forte le parole di Miles Davis al pivello Marcus Miller: «Non contano le note che si suonano, ma quelle che non si suonano».

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