Nuovo smalto per la veduta

Restaurato il dipinto che narra l’antico volto del capoluogo valtellinese L’intervento sulla tela del XVIII secolo è stato realizzato da Gusmeroli

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La storia del Museo valtellinese di storia e arte di Sondrio passa anche attraverso le opere della collezione che vengono curate, protette, tutelate, valorizzate e fatte conoscere. È il caso del restauro del dipinto “Veduta di Sondrio ante 1727” di autore anonimo, datato XVIII secolo, di proprietà del Mvsa di cui si è parlato nel corso dell’incontro “Dalla materia alla memoria. I restauri del Mvsa tra storia, arte e comunità”, voluto dal Comune di Sondrio, con l’assessore alla Cultura Marcella Fratta, nell’ambito degli eventi promossi per i 75 anni di apertura del museo civico.

L’intervento di restauro è stato realizzato da Maria Paola Gusmeroli, restauratrice, direttamente nel laboratorio del museo del capoluogo grazie alla disponibilità del Comune di Sondrio e della direttrice del Mvsa, Alessandra Baruta. Un lavoro recente - direzione lavori di Ilaria Bruno, Sonia Segimiro, funzionari di zona della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, con il finanziamento dell’ associazione Amici del Mvsa - visto che è stato condotto dal 15 settembre al 20 novembre 2025 e presentato per la prima volta nella sala Gianoli.

La spiegazione

«L’intervento ha previsto il preconsolidamento delle parti decoese al fine di effettuare saggi di pulitura – ha spiegato Gusmeroli -, la rimozione dello sporco superficiale con pennello a setole morbide, quindi i saggi di pulitura, la pulitura, il consolidamento ligneo del telaio. Il restauro pittorico è stato condotto secondo le indicazioni della direzione lavori con verniciatura intermedia a pennello e finale nebulizzata a spruzzo. Le integrazioni sulle mancanze e le velature sulle abrasioni sono state effettuate con i colori ad acquerello. Gli antichi ritocchi, ormai alterati, sono stati ricollegati e abbassati di tono con i colori a vernice».

Un «dipinto che racconta», come ha detto Gusmeroli. Racconta non solo di sé, ma anche del tempo e avvenimenti passati. Pure con qualche curiosità. «Le tracce di giornali, incollati sui bordi durante il restauro del 1955, riportano eventi della metà del secolo scorso – ha fatto notare -. Si legge della separazione di Fausto Coppi da sua moglie Bruna Campolini del 1954 per gravi e noti motivi. La relazione extraconiugale del ciclista con Giulia Occhini, soprannominata la Dama Bianca all’epoca fece scalpore e scandalizzò l’Italia. Ricordiamo che il divorzio in Italia venne ratificato nel mese di dicembre del 1970 e confermato nel 1974 dal referendum abrogativo».

Dal punto di vista iconografico, questa rara veduta costituisce una delle più antiche testimonianze iconografiche della città di Sondrio. Il dipinto raffigura, infatti, l’abitato prima delle profonde trasformazioni che interessarono la Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio e l’area del Campello nel corso del XVIII secolo. La presenza dell’antico campanile della collegiata, successivamente sostituito durante il grande cantiere avviato nel 1727, consente di collocare l’opera anteriormente a quella data e ne accresce il valore storico-documentario.

Il commento

«La composizione presenta la città raccolta nel fondovalle mentre in fondo si staglia il bianco dei ghiacciai delle montagne della Valmalenco – spiega la direttrice del Mvsa, Alessandra Baruta -. Al centro domina il profilo di castello Masegra, posto sul rilievo che sovrasta l’abitato e fulcro visivo dell’intera veduta. Sul versante occidentale è riconoscibile la chiesa di San Bartolomeo, ai cui piedi si sviluppa la contrada Cantone, storico nucleo insediativo situato all’ingresso della città. Sul colle opposto compare invece il complesso religioso di Colda, probabilmente identificabile con il convento dei Cappuccini, elemento caratterizzante del paesaggio sondriese d’età moderna». Nel cuore dell’abitato emerge la collegiata dei Santi Gervasio e Protasio con il suo antico campanile, oggi scomparso, attorno alla quale si dispone il compatto tessuto urbano. In primo piano si estendono campi coltivati, orti e prati, tra cui l’area dei malleretti, che documentano il forte legame tra la città e il territorio agricolo circostante. La rappresentazione, pur non rinunciando a una certa sintesi formale, restituisce con efficacia l’organizzazione dello spazio urbano e il rapporto tra i principali edifici civili e religiosi, assumendo quasi il carattere di una veduta topografica.

«Di autore anonimo, l’opera riveste un particolare interesse per la storia di Sondrio, poiché conserva la memoria di luoghi, edifici e assetti urbanistici in parte scomparsi o profondamente trasformati. Più che una semplice veduta paesaggistica, il dipinto si configura come un prezioso documento visivo capace di testimoniare l’aspetto della città tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. La tela entrò nelle collezioni civiche nel 1922 grazie alla donazione di Francesco Sassi de’ Lavizzari, che lasciò alla città non solo il palazzo di famiglia, oggi sede del Mvsa, ma anche la sua ricca raccolta di dipinti, oggetti e memorie storiche. L’opera rappresenta una significativa testimonianza del nucleo originario delle collezioni del museo e dell’attenzione del donatore per la conservazione della memoria storica e culturale della Valtellina».
Clara Castoldi

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