Chiavenna, torna l’idea di un convitto per gli studenti fuori sede: «Ma è molto costoso»

La consigliera di minoranza Maria Tisbe Triaca rilancia la proposta per sostenere gli iscritti, soprattutto all’alberghiero, e chi arriva in valle per lavoro. Il sindaco Luca Della Bitta frena sui costi e sui requisiti ministeriali, ma apre all’alternativa di una rete di famiglie ospitanti.

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Chiavenna

Cercare un alloggio per chi viene a studiare a Chiavenna, e sono tanti specialmente all’istituto alberghiero, è complicatissimo. Come e più per chi viene in valle per motivi lavorativi E allora spunta, o rispunta, l’idea di un convitto. A lanciare l’idea è il consigliere di minoranza chiavennasco Maria Tisbe Triaca, che prende spunto dalle politiche sull’housing del programma Aree Interne per chiedere uno sforzo in tal senso. «Chiediamo all’amministrazione comunale se abbia pensato alla possibilità di inserire un convitto anche a supporto delle attività scolastiche, che godrebbero di maggiore visibilità garantendo la possibilità di far arrivare anche studenti da lontano. Anche in considerazione del fatto che il sistema di trasporti è abbastanza disastroso».

Non è la prima volta che si parla di riaprire un convitto in Valchiavenna. L’idea, però, non ha mai trovato gambe su cui camminare. «Negli anni scorsi era stato fatto, ma è un’attività che stanno abbandonando un po’ dappertutto, perché è complessa in termini di responsabilità, perché hai dei ragazzi minori da gestire, quindi con tutto quello che ne consegue, ma anche in termini economici – spiega il sindaco di Chiavenna Luca Della Bitta - . Nessun soggetto, fatti i conti, riesce a sostenere poi l’impegno economico. L’unica cosa che funziona è la presenza di un convitto riconosciuto a livello ministeriale. Come il Piazzi a Sondrio, che però ha tutta una serie di riconoscimenti economici e di personale attribuiti dal governo centrale.

Negli ultimi anni nuovi convitti non sono stati autorizzati, perché ci sono requisiti stringenti riguardanti il numero di dipendenti e il bacino d’utenza. Inoltre, bisognerebbe trovare anche un immobile adeguato e, siccome non ce ne sono, occorrerebbe un investimento economico importante. Quindi, condivido che sia un tema su cui riflettere, però lo vedo difficilmente realizzabile e soprattutto molto costoso in termini realizzativi e di gestione. L’alternativa indicata dal primo cittadino è quella di provare a lavorare in un altro modo: «Abbiamo approfondito la tematica anche all’inizio di questo mandato. La soluzione potrebbe essere quella di creare una rete di famiglie in grado di garantire accoglienza, un po’ sul modello dell’Erasmus o studio all’estero. Per la verità, nell’ultimo periodo anche da parte delle famiglie non ci sono state grandi richieste in questa direzione, ma sicuramente si tratta di un tema aperto. Da approfondire».

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